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martedì, gennaio 11, 2005


Da dove vengo…
Lo so benissimo.
Dove vado… è non è problema mio.

Il dramma di tanti ragazzi africani che riempiono le strade di Roma ed altre città italiane. Non sono rare le volte che subiscono la furia di cittadini frustrati o gente che non da niente da fare. Sapete, questi ragazzi che si trovano nelle strade sono trai i più bravi dalle zone dove vivevano, ne tutti riescono a mettere insieme 2000 $ per uscire del paese. Secondo me meritano rispetto… e poi come è ovvio sono esseri umani quindi hanno gli stessi diritti che qualunque altra persona.

sabato, dicembre 18, 2004

www.angolaxiami.com

angolaxiami
la comunità già online!!!

http://www.angolaxiami.com

venerdì, dicembre 17, 2004


LA belleza vita:

mercoledì, dicembre 01, 2004

Bambini in guerra

Si dice con frase fatta: immagini che non avremmo mai voluto vedere. Oppure che
non vorremmo vedere più. Invece dobbiamo guardarle e riflettere. Foto di bambini in guerra, in zone di guerra. Bambini che subiscono la guerra, bambini che
combattono la guerra. Bambini in uniforme. Un’infanzia negata e violata,
un’infanzia che combatte e che cerca, in qualche modo, di riacquistare un poco
di ‘normalità’. Bambini che guardano curiosi, inquieti, terrorizzati, una realtà
inquietante, abitata da soldati in armi. Sullo sfondo carri armati pronti a
sparare.


'Gli occhi dell'innocenza' è il titolo di una mostra fotografica voluta dal Consiglio regionale della Toscana e allestita, fino all'8 dicembre, nelle sale di Palazzo Panciatichi, Via Cavour 2, Firenze.
75 scatti di fotografi inviati nelle zone di guerra che mostrano, in maniera agghiacciante e cruda, il rapporto tra guerra e bambini. La mostra è inserita nelle celebrazioni 2004 della Festa della Toscana, istituita per ricordare l'abolizione della pena di morte, da parte del Granduca Pietro Leopoldo, nel 1786.

Fonte: Qui

L'arte come allontanamento dalla conoscenza del vero

Quando mai?

Aiap



In stretta connessione con la tematica metafisica e dialettica va vista la problematica platonica dell'arte, giacché solo in tale connessione essa risulta pienamente intelligibile. Platone, infatti, nel determinare l'essenza, la funzione, il ruolo e il valore dell'arte si preoccupa solamente di questo: di stabilire cioè quale valore di verità essa abbia, ossia se essa avvicini al vero, se renda migliore l'uomo, se socialmente abbia valore educativo oppure no. E la sua risposta, come è noto, è del tutto negativa: l'arte non disvela ma vela il vero, non migliora l'uomo ma lo corrompe perché è menzognera, non educa ma diseduca. Vediamo di intendere un po' a fondo le ragioni di questa condanna, che è rimasta in tutti i dialoghi pressoché senza appello. Già nei primi scritti Platone assunse un atteggiamento negativo di fronte alla poesia, considerandola decisamente inferiore alla filosofia.


Il poeta non è mai tale per scienza, e per conoscenza, ma per irrazionale intuito. Il poeta, quando compone, è ispirato, è "fuori di sé", è "invasato", e quindi inconsapevole: non sa dar ragione di ciò che fa, né sa insegnare ad altri ciò che fa. Il poeta è poeta per fato divino.
Più precise e determinate sono le concezioni sull'arte che Platone esprime nel libro decimo della Repubblica. L'arte, in tutte le sue espressioni (cioè sia come poesia, sia come arte pittorica e plastica), è, dal punto di vista ontologico, una "mimesi", vale a dire una "imitazione" di cose e avvenimenti sensibili. Sia la poesia che l'arte figurativa descrivono uomini, cose, fatti e vicende di vario genere, cercando di "riprodurli" con parole, colori, rilievi plastici. Ora, noi sappiamo che le cose sensibili sono, dal punto di vista ontologico, non il vero essere, ma l'imitazione del vero essere: sono una "immagine" dell'eterno "paradigma" dell'Idea, e perciò distano dal vero nella misura in cui la copia dista dall'originale. Ebbene, se l'arte, a sua volta, è "imitazione" delle cose sensibili, allora ne consegue che essa viene ad essere una "imitazione" di una "imitazione", una "copia" che riproduce una "copia", e quindi viene ad essere lontana dal vero ancor più di quanto lo siano le cose sensibili: essa rimane "tre gradi lontana dalla verità".
Dunque l'arte figurativa imita la mera parvenza e così i poeti parlano senza
sapere e senza conoscere ciò di cui parlano, e il loro parlare è, dal punto di
vista del vero, un gioco, uno scherzo. Per conseguenza, Platone è convinto che
l'arte si rivolga non alla parte migliore, ma alla parte peggiore della nostra
anima.

Su questa concezione si è molto scritto e detto e qualcuno ha creduto, urtato dalla sua crudezza, di doverla temperare e ridimensionare, invocando il fatto che Platone apprezza invece in grado sommo la bellezza e l'Idea di Bello, e richiamando quei passi del Convito e del Fedro, che sono veri inni alla bellezza. In verità questo associare il problema dell'arte al problema della bellezza è storicamente poco corretto, almeno nel contesto platonico. Infatti, il nostro filosofo collega la bellezza non tanto all'arte quanto all'eros e all'erotica, che, come vedremo, hanno altro senso e altra funzione. Perciò è perfettamente inutile tentare, avvalendosi delle acquisizioni della moderna estetica, di trovar ciò che in Platone non c'è. La verità è che, per Platone, l'arte non ha una sfera e un valore propriamente autonomi: essa vale solamente se e nella misura in cui possa o sappia mettersi al servizio del vero. Ed è inutile, anche, invocare il fatto che Platone, il quale deprezza così l'arte, è tuttavia sommo artista: infatti, se è vero che Platone brudò i suoi primi tentativi poetici, questo riconferma la fedeltà dell'uomo alla sua dottrina: li bruciò per essere filosofo, ed esplicò la sua arte solo al servizio della filosofia e della verità. Platone non negò l'esistenza dell'arte, ma negò che l'arte potesse valere solo per se stessa: l'arte o serve il vero o serve il falso e tertium non datur. E noi moderni, che tanto proclamiamo l'assoluta libertà dell'arte e riteniamo dogma ass olutamente intangibile l'arte per l'arte, p potremmo addurre contro Platone numerose delle acquisizioni dell'estetica e potremmo dimostrare il positivo che è proprio dell'arte come arte, sotto vari aspetti. Tuttavia, malgrado questo, possiamo davvero dire che nella istanza platonica non ci sia nulla di vero? Possiamo davvero dire che, affrancatasi dal vero metafisico e logico, l'arte non si sia spesso ridotta a gioco? Possiamo davvero dire che l'arte non abbia finito talora per rivolgersi alla sollecitazione della parte peggiore di noi? Possiamo davvero dire che l'arte non abbia troppo spesso contribuito a disperderci nelle vane parvenze?


fonte: Qui

lunedì, novembre 29, 2004

The King's Son And The Painted Lion

A KING, whose only son was fond of martial exercises, had a dream in which he was warned that his son would be killed by a lion. Afraid the dream should prove true, he built for his son a pleasant palace and adorned its walls for his amusement with all kinds of life-sized animals, among which was the picture of a lion. When the young Prince saw this, his grief at being thus confined burst out afresh, and, standing near the lion, he said: "O you most detestable of animals! through a lying dream of my father's, which he saw in his sleep, I am shut up on your account in this palace as if I had been a girl: what shall I now do to you?' With these words he stretched out his hands toward a thorn-tree, meaning to cut a stick from its branches so that he might beat the lion. But one of the tree's prickles pierced his finger and caused great pain and inflammation, so that the young Prince fell down in a fainting fit. A violent fever suddenly set in, from which he died not many days later.

We had better bear our troubles bravely than try to escape them.

Click qui e va a vedere tante altre favole.

venerdì, novembre 26, 2004

WAR, PEACE AND DIAMONDS IN ANGOLA

War, Peace and Diamonds in Angola
This paper examines to what extent the modalities of diamond production established in a time of war continue to influence the conduct of the industry today.The lesson from Angola today is that a notional peace is no guarantee that the exploitation of diamond resources will be done in a way that respects basic human rights. The author suggests that perhaps it is time to re-think the idea of what constitutes a 'blood diamond'.

J. Pearce.( review by Eldis Reporter)
Source: Institute for Security Studies (ISS), South Africa 2004

War, Peace and Diamonds in Angola

The insurrections of the Uniao para a Independencia Total de Angola (UNITA), and the Revolutionary United Front (RUF) of Sierra Leone forced the international community to address the problem of the sale of diamonds to fund the purchase of arms. Through the Kimberly process, the United Nations and other sections of the international community developed mechanisms to exclude from international commerce any diamonds whose sale might be traced back to armed rebel
movements.


This paper examines to what extent the modalities of diamond production established in a time of war continue to influence the conduct of the industry today.


The author conducts a brief historical overview of the evolution of the diamond industry in Angola, focusing on the way in which the Companhia de Diamantes de Angola (Diamang) has exploited labour and resources since 1919.


The paper finds that many conditions which prevent the creation of a stable and regulated environment continue to exist in Angola today. In particular, these conditions include:
* the control of the diamond fields and their populations by force of arms
* the absence of any kind of functioning legal framework to protect the rights of diamond workers and the population at large
* the lack of any functioning civil administration (beyond the level of mere bureaucracy) in most parts of the Lunda provinces
* the domination of the Angolan diamond trade by secretive networks operating on the margins of the law, but ultimately to the benefit of the members of political elites.


The paper concludes that the concept of 'blood diamonds' is one which has hitherto been associated with armed conflict. The lesson from Angola today is that a notional peace is no guarantee that the exploitation of diamond resources will
be done in a way that respects basic human rights, and which contributes to the development and well-being of the diamond-producing region, and the country as a whole. The author suggests that perhaps it is time to re-think the idea of what constitutes a 'blood diamond'.




Notes:

This articel was distributed by AFRICAFILES www.africafiles.org
a network of volunteers relaying African perspectives and alternative analyses for viable human development in the interest of justice and human rights.