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giovedì, dicembre 29, 2011

Il pericoloso gioco delle ombre. Salvate l’Europa, per favore!!

What do you see? - Sherlock: Everything. That is my curse. Cosa vedi? – Sherlock: Tutto. E’ la mia maledizione.
Who are you? - Sherlock: Concerned Citizens.
Chi siete? – Sherlock: Cittadini che vogliono essere coinvolti.

Sherlock Holmes 2, Gioco di ombre.

Ernst_Europe_after_the_Rain_1940-42_crisi_del_debito Voi sapete che in questo momento i 17 Paesi dell’euro più altri Paesi (non il Regno Unito) dell’Unione Europea hanno deciso dopo il vertice di Marsiglia del 9 dicembre di aggiungere al trattato un Patto Fiscale (Fiscal Compact)? Penso di sì anche se la stampa non è che se ne stia occupando molto in questi giorni di feste.

Sapete anche cosa comporterà nei dettagli? Certamente no perché nulla circola. Qualcosa trovate sul sito del Consiglio Europeo. Ma non tutto.
Per esempio non trovate qualcosa che apparentemente ci sarà, la regoletta che ogni Paese che abbia un rapporto debito pubblico su PIL superiore al 60% (come l’Italia) dovrà impegnarsi a ridurlo ogni anno per 1/20 della distanza dal valore di riferimento. Per capirci: siamo oggi al 120%, del 60% superiore al valore di riferimento del 60%? Bene (mica tanto), ogni anno dovremo ridurlo del 60/20= 3 % ogni anno. Cioè ogni anno ci dobbiamo impegnare a ridurre di circa 40-50 miliardi il nostro debito (di più se siamo in recessione, con il PIL che cade).

Per capirci ancora meglio, la cosa sarebbe addirittura più dura di quel pareggio di bilancio che con il nostro appello a Monti abbiamo cercato di scongiurare. 3% di PIL di debito in meno ogni anno non è nemmeno pensabile poterlo fare con sole manovre di austerità rigoriste, anche se queste saranno – dopo l’approvazione di questa regola – addirittura più dure di quanto non lo sarebbero state con il solo obiettivo del bilancio di pareggio. Di fatto saranno un modo per obbligare i prossimi governi (e questo) a vendere i gioielli di famiglia, privatizzare il privatizzabile, da aziende strategiche a servizi pubblici locali a patrimonio pubblico. Nel momento peggiore per vendere, quando l’economia non tira. A casaccio, sotto la spinta dell’emergenza.

Insomma, questo patto fiscale è una rivoluzione vera e propria, se dovesse essere approvato con questi contenuti. Molti di noi, io per primo, sarebbero contrari perché aggrava la recessione e ci spinge a privatizzare non perché ci abbiamo ragionato sopra ma perché obbligati dalla fretta, come avvenne nei primi anni 90, una mossa rivelatasi col senno di poi disastrosa, visto che non solo non ha portato grande crescita, ma ha anche impedito di fare quello che più conta per i consumatori, le liberalizzazioni del settore (settori che, una volta privatizzati, erano in mano a privati che non ebbero nessuna intenzione di avallare liberalizzazioni che, introducendo maggiore concorrenza e minori profitti, le avrebbero danneggiate. E così è andata). Molti di noi dunque vorrebbero esprimere un parere su di ciò, come giusto che sia in ogni democrazia.

Ed in effetti, come è corretto, pare (l’ho saputo da una fonte, mica perché è informazione pubblica) che i governi nazionali possono esprimere il proprio parere al riguardo presentando degli emendamenti. Ottimo, direte. Certo.

C’è un problema. Piccolo piccolo. La scadenza per consegnare gli emendamenti, mi dice sempre la mia fonte, è questo 29 dicembre, tra 3 giorni. Nessuno lo sapeva, vero? Già. La stampa o non lo sapeva o come a volte accade, non si rende conto dell’importanza della cosa. Oppure, lo sa bene, ma preferisce commentare a posteriori, quando è troppo tardi. Comunque sia è difficile essere come lo Sherlock Holmes del film, capaci di vedere tutto. Ma Dio sa se ce n’è bisogno. Ma torniamo a noi: che si può dire in 3 giorni nel dibattito per aiutare il nostro Governo a decidere per bene quali emendamenti meglio rappresentano i nostri interessi nazionali? Poco. Ma c’è di peggio.

La mia fonte mi ha detto un’ultima cosa. Che al Ministero dell’Economia, dove stanno studiando gli emendamenti da proporre, gira la voce che non se ne debba assolutamente parlare con l’esterno. L’esterno. Cioè noi. Noi cittadini.

Badate bene, non è questione se c’è o se non c’è la regola devastante del ventesimo ogni anno di debito PIL da ridurre. Anche se non ci fosse qui siamo alle prese con un problema non indifferente di democrazia. Certo se ci fosse anche la clausola del ventesimo di debito e noi non ne sapessimo nulla potremmo certamente parlare di un gravissimo errore di questo Governo, se di errore involontario si tratta. Altrimenti di vero e proprio aggiramento del Parlamento.

Avete 3 giorni per manifestare e per richiedere di conoscere quali emendamenti il nostro Governo presenterà riguardo alla proposta di nuovo Trattato dell’Unione. Trovate voi i mezzi, io faccio fatica a fare appelli ogni 3 giorni. Ma il momento è cruciale e se di Europa trattasi deve trattarsi di una Europa dei popoli e democratica e non di stanze chiuse e piene d’ombra anche se illuminate. Altrimenti addio Europa.

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sabato, dicembre 24, 2011

Auguri di Buon Natale in tutte le lingue e/o "Buon Natale" in diverse lingue

Ucraino - Srozhdestvom Kristovym.
Spagnolo - Feliz Navidad.

Natività-buon-natale-gesu-giuseppe-maria

Croato - Sretan Bozic.
Tedesco - Froehliche Weihnachten.
Latino - Natale hilare et Annum Faustum.
Cinese - (Cantonese) Gun Tso Sun Tan'Gung Haw.
Ceco - Prejeme Vam Vesele Vanoce a stastny Serbo - Hristos se rodi.
Inglese - Merry Christmas.
Polacco - Wesolych Swiat Bozego Narodzenia o Boze Narodzenie.
Danese - Glaeligdelig Jul.
Francese - Joyeux Noel.
Giapponese - Shinnen omedeto. Kurisumasu Omedeto.
Ebraico - Mo'adim Lesimkha. Chena tova.
Finnico - Hyvaa joulua.
Romeno - Sa'rba'tori Fericite.
Arabo - Idah Saidan Wa Sanah Jadidah.
Bulgaro - Tchestita Koleda.

venerdì, novembre 04, 2011

Kizomba Romana – Il venerdì Zouk e Kizomba della Capitale

Kizomba Romana – Dolci Emozioni

martedì, ottobre 25, 2011

Psicologia del Sesso: Fedeltà, orgasmo, partner i luoghi comuni sfatati dalla scienza

Una ricerca americana mette in fila tutti i risultati degli studi sulle presunte differenze tra uomini e donne sulla sessualità. Ne esce un ritratto assai diverso dalle convinzioni popolari di SARA FICOCELLI

fedelta delle coppie, alle ragazze piace il sesso

Sorpresa: Scoperta l’acqua calda 
Il sesso piace anche alle donne

IL CANTAUTORE Cesare Cremonini non è più l'unico a credere che gli uomini e le donne siano uguali: a fargli eco sono anche gli scienziati. Negli ultimi 20 anni, molti studi hanno dimostrato che, quando si tratta di sesso, maschi e femmine pensano e agiscono in modo simile.

I 'miti' del diverso approccio dei generi (lui più interessato al sesso, lei all'amore e così via) sono dunque destinato ad essere soppiantati dalla schiettezza della ricerca che, una volta tanto, vede i dati provenienti da più laboratori andar tutti nella stessa direzione.

Ad aver tirato le file di queste ricerche è l'Università del Michigan di Ann Arbor (Stati Uniti), con uno studio condotto dal dottor Terry Conley e pubblicato su Current Directions in Psychological Science, la rivista dell'Associazione per le scienze psicologiche.

L'analisi di Conley ha preso come primo punto di riferimento lo stereotipo che gli uomini pensano al sesso di più delle le donne, cercando riscontro della teoria in due decenni di ricerche sul comportamento degli esseri umani. Dopo aver notato che non esiste, a livello scientifico, nessuna conferma di questo mito popolare, Conley ha concluso che "le differenze di genere non devono esser prese alla lettera per quanto riguarda la sessualità", e ha poi demolito uno per uno sei luoghi comuni sul rapporto di uomini e donne con amore e sesso.

Il più diffuso è quello secondo cui gli uomini vogliono una compagna sexy e le donne un partner benestante. Che così non è, spiega Conley, lo ha dimostrato, nel 2008, uno studio della Northwestern University pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology, che ha usato la formula dello 'speed dating', ossia degli 'incontri lampo programmati', per scoprire che, al momento di scegliersi, uomini e donne sono imprevedibili allo stesso modo, non seguono regole e spesso si sentono attratti da un partner che sulla carta non rispecchia nessuna delle proprie aspettative. 

"Oggi le donne - spiega la psicologa sessuologa Francesca Romana Tiberi, presidente dell'Associazione iItaliana sessuologia e psicologia relazionale - tendono a costruirsi la propria identità puntando solo sulle proprie capacità e quindi non ricercano più un partner 'comodo' sul piano economico. Anche gli uomini dal canto loro stanno modificando questa tendenza alla ricerca della partner sexy: la donna avvenente non è più sufficiente, cercano una compagna in grado di offrire un reale supporto".

Altro luogo comune sfatato è che i maschi siano promiscui e le donne monogame. In effetti i primi, se interrogati sull'argomento, affermano di praticare il sesso più spesso e con più partner rispetto alle seconde. Tuttavia, uno studio condotto nel 2003 dagli psicologi Terri Fisher dell'Ohio State University e Michele Alexander dell'università del Maine ha rivelato che queste differenze sono dovute al fatto che le donne non sempre rispondono onestamente alle domande sul sesso.

"Sono sensibili alle aspettative sociali riguardo al loro comportamento - spiega Fisher - e potrebbero non essere del tutto oneste se interrogate sulle proprie abitudini sessuali". Il presidente dell'Istituto italiano di sessuologia scientifica Fabrizio Quattrini spiega: "Oggi uomini e donne hanno uguali desideri ma i primi continuano a pavoneggiarsi delle possibili conquiste, mentre le seconde furbamente collezionano esperienze tenendole tutte per sé. Gli uomini stereotipicamente restano agganciati al desiderare più donne (solo nel pensiero) ma poi difficilmente si vedono all'interno di un tradimento, mentre le donne, pur non promuovendo una campagna a favore delle conquiste, sono le prime a confessare eventuali tradimenti".

Secondo uno studio della Ohio State University di Mansfield, anche quella che gli uomini pensano al sesso ogni sette secondi sarebbe una leggenda metropolitana. Gli studenti universitari, scrivono gli scienziati, fantasticherebbero sul coito appena 18 volte al giorno (contro le 10 delle donne) e ci penserebbero con la stessa frequenza con cui rimuginano su cibo e sonno. Dunque sarebbero, a detta degli studiosi, più salutisti che sessuomani. "In effetti però - precisa la Tiberi - gli uomini sono più portati a pensare al sesso, perché nel sesso maschile ciò non è collegabile ad alcun moralismo. Per gli uomini è possibile avere pensieri sessuali senza vivere sensi di colpa. Nelle donne questa libertà ancora non esiste".

L'analisi di Conley e colleghi ha anche sfatato il mito della problematicità dell'orgasmo femminile, ricordando uno studio pubblicato nel libro "Families as They Really Are" (W.W. Norton and Co., 2009) e condotto chiedendo a 12.925 persone di parlare della propria vita sotto le lenzuola: dalle risposte è emerso che nelle relazioni stabili le donne nel 79% dei casi raggiungono il piacere tanto quanto l'uomo. Tuttavia, sottolinea la psichiatra e psicoanalista Adelia Lucattini, presidente della Sipsies, Società internazionale di psichiatria integrativa e salutogenesi di Roma, è pur vero che "le donne hanno fisiologicamente meno orgasmi degli uomini, in parte per una questione anatomica ed in parte per una questione psicologica". 

Penultimo mito da sfatare: secondo la tradizione, il sesso occasionale piacerebbe più ai maschi che al gentil sesso. Falso anche questo. In un esperimento condotto nel 1989 dai ricercatori Rusell Clarck ed Helaine Hatfield era stata provata l'esistenza di una differenza di genere nella risposta agli approcci casuali (il 75% degli uomini avvicinati da una sconosciuta avevano acconsentito alla possibilità di farci sesso, mentre la percentuale di donne "disponibili" all'avventura di una notte con uno sconosciuto era dello 0%), e questa differenza poteva essere spiegata, secondo i ricercatori, col fatto che donne e uomini attribuissero, per motivi psico-biologici, un significato diverso alla cosa.

Secondo Conley invece le donne dicono di no solo perché sono più selettive: saprebbero insomma riconoscere a vista d’occhio un partner sessualmente poco soddisfacente. Questo comportamento, spiega lo studioso, ha origine nella loro minore capacità di raggiungere un orgasmo, il quale dipende in gran parte dalle doti amatorie dell'uomo. La 'Pleasure Theory', dunque, dice che uomini e donne agiscono entrambi in base alla ricerca dell'occasione in cui provare il massimo piacere. "E' sempre un gioco delle parti", precisa la Lucattini. "Le donne sono spesso molto attive nell'essere 'cacciate' e far sentire l'uomo 'predatore'. Vi è in loro un grande piacere nel gestire e organizzare dietro le quinte l'occasionalità delle relazioni maschili, facendo apparire le proprie molto più stabili di quello che non siano in realtà".

Infine, la capacità di scegliere accuratamente il partner e conquistarlo, fin qui riconosciuta più alle femmine che ai maschi. Nel 2009 Eli Finkel, ricercatore della Northwestern University, ha invece dimostrato su Current Directions in Psychological Science che entrambi i sessi sono abili a costruire il rapporto con la persona desiderata, autoimponendosi piccoli sacrifici e attuando il cosiddetto 'effetto Michelangelo', ovvero il raggiungimento dell'intesa a colpi di scalpello, come si fa con una scultura.

Secondo la ricerca, uomini e donne sarebbero dunque entrambi esigenti, perseveranti e pignoli quando si tratta di scegliere il partner, e lo scettro di 'cacciatrici perfette' non spetterebbe alle rappresentanti del sesso femminile.

"Fin dall'adolescenza però - conclude la Lucattini - le donne si addestrano nella ricerca del compagno migliore, sia sessuale che sentimentale, e sono estremamente attive nella caccia dell'uomo giusto. Una volta scelto, sono bravissime a suscitare il suo interesse e a condurlo a sé, attraverso una seduzione spesso non vistosa ma per questo non meno efficace".  Qualcosa di attendibile nei luoghi comuni, dunque, c'è. Come diceva Voltaire, "Se abbiamo bisogno di leggende, che queste abbiano almeno l'emblema della verità".

La Repubblica

lunedì, ottobre 17, 2011

Libia/Nuova Colonizzazione 2011: La città di Sirte distrutta come Stalingrad

Libia - crimini contro l'umanita - Sirte come Stalingrad

LA GUERRA. La guerra che Nicola Sarkozy, David Cameron e Barack Obama (il nobel per la pace) hanno voluto in Libia continua a dare i suoi frutti attesi: frutti di grandi dolori alle popolazioni libiche, frutti di distruzione di intere città e suoi abitanti, di sistematiche violazioni dei diritti umani, frutti di odio e di molto desiderio di vendetta. Come ogni guerra in stile coloniale, siamo in grado di dire che la in Libia produrrà ancora molto dolore, e chissà quante conseguenze si abbatteranno su ogni paese che ha bombardato quelle popolazioni.

I DIRITTI UMANI. Molti amici occidentali, italiani ed in inglesi prevalentemente, molte organizzazioni no-profit con le quali sono in contatto, molti politici ed intellettuali sul piedistallo del pensiero liberal  democratico con i quali ho avuto l’opportunità di scambiare qualche parole, spesso  si abbelliscono la bocca parlando dei diritti umani. Molto di questi sono dei veri campioni dei discorsi circa l’inviolabilità della vita umana, però, ripeto, però, non riesco a capire con quale SPUDORATEZZA riescono a chiudere un occhio alle disgraziate azioni militari che i rispettivi paesi compiono in altri terre con la scusa della lotta al terrorismo.

LA MANIPOLAZIONE SOCIALE. L’intervento militare occidentale in Libia si è fatto precedere da una longa e vasta campagna di disinformazione, cioè,  la propaganda è passata in tutte le tv, radio e giornali come informazioni sicure riguardanti le azioni del “dittatore sanguinario” Muammar Gheddafi. Un piano quasi perfetto per legittimare una guerra sporca e odiosa. Ecco alcuni elementi collaudati del piano d’attuazione: a) Uomini sul terreno che producono (false) notizie di repressione in tempo reale; b) Organizzazione dei diritti umani pagate per diffondere condannando quei presunti fatti di violazione sistematiche dei diritti umani; c) Uomini di vari spessore politico, religiosa e morale pronti a condannare e richiedere uno intervento urgente dell’Occidente/ONU a fine di evitare un genocidio al modello ruandese; d) Dulcis in fundo. Un centro di comunicazione che coordina la manipolazione di tutte le informazioni da far passare in tutte le reti televisive e radiofoniche in occidente. Sul ruolo dei media, distacchiamo l’Al Jazeera, la BBC e la CNN come le punte di diamante di questa azione propagandistica degna delle SS del regime nazista.

Con questa strategia gran parte dell’opinione pubblica occidentale è stata manipolata e portata a legittimare un intervento urgente dell’ONU in Libia. Al Jazeera, il canale arabo conosciuto inizialmente come l’anti CNN e BBC per il mondo arabo,  si è rivelata lo strumento di disinformazione per eccellenza. Sin dall’inizio faceva parte del piano e seguiva la rivolta (colpo di Stato fallito) in ogni suo dettaglio, arrivando a diffondere in tutto il mondo i suoi “finti scoop” e inventando persino l’idea che Gheddafi avrebbe danno ordini di reprimere con aerei i manifestanti della finta “primavera araba” libica in salsa francese. A ragion veduta, il finto “scoop” dell’uso dell’aereo è stato ampiamente progettato, visto che così dava alla Francia l’alibi di proporre “dunque” una No fly zone sulla Libia. E’ il caso di dire: nel mondo della politica niente accadde per caso.

I PACIFISTI INGANNATI. Come l’aria umida anticipa la pioggia, così ogni guerra “per materie prime e controllo geo-politico-strategico” è preceduta da una massiccia disinformazione manipolatrice tesa a legittimare l’intervento militare “delle "potenze” occidentali. Per la guerra in Libia lo script è stato lo stesso, e persino le organizzazione pacifiste e i suoi intellettuali di punta sono caduti in errore. Non si è vista una manifestazione contraria ad una sporca guerra in più, tutti erano d’accordo che bisognava intervenire sul presunto conflitto altrimenti Gheddafi avrebbe finito per ammazzare il suo proprio popolo. Sarkozy & CO hanno usato il format collaudato in Iugoslavia “R2P”, il diritto di proteggere, che possiamo tradurre in “Diritto di bombardare”. Molti come me, hanno sofferto più per il silenzio di coloro i quali si sono sempre affermati come pacifisti, come difensori dei più deboli, come i veri democratici visto che tengono il dialogo come strumento precipuo per la risoluzione di ogni guerra. Costoro, questa volta non c’erano, se c’erano, dormivano. Così la guerra in Libia è andata in scena, 50.000 morti in sei mesi ed il paese che vantava il PIL per-capita più alto dell’intero continente africano è stato ridotto a brandelli.

LE RESPONSABILITA DELLA NATO. L’Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord (NATO) ha violato sistematicamente la risoluzione dell’ONU che la permetteva di attuare in Libia. Tutto parte della risoluzione 1973 (2011) dell’ONU, proposta dalla Francia. Secondo essa, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, assegna ad un gruppo di paese volenterosi la missione di imporre una “No fly zone” sulla Repubblica della Libia col fine di evitare che Muammar Gheddafi usi i suoi aerei per reprimere i manifestanti. Il gruppo di volenterosi è costituito inizialmente dall'a Francia, Inghilterra, Italia, Qatar, Norgegia, Spagna ed altri con meno interesse. Questi paesi presto passano la missione alla NATO. La NATO è andata oltre: ha imposto la “No fly zone”, ha distrutto tutte le difese aeree della Repubblica della libica ed è entrata a fare parte della guerra. Azioni contrarie allo statuto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU),  che vieta severamente la ingerenza in affari interni delle nazioni associate.

RELAZIONI TRA STATI. Secondo le regole internazionali: è severamente vietato prendere parte nella guerra civile di uno Stato sovrano; è vietato vendere armi in territori contesi visto che incrementa le azioni di guerriglia e le vittime civili;  è vietato l’uso delle bombe chimiche; è vietato l’uso delle bombe a grappolo considerando che triplicano il numero di morti nel post-guerra;  è vietato l’uso di armi con alto componente di plutonio ed uranio arricchito; è vietato il supporto ad organizzazioni che praticano la tortura, le fucilazioni sommarie, la cacia all’uomo, le violazioni dei diritti umani in genere. Tutto questo la NATO l’ha fatto. Chi è la NATO? Come considerare dunque lo status di questa organizzazione nel contesto delle nazioni di diritto?

Mentre chiudo questa riflessione, la guerra in Libia continua. Molti uomini e donne continuano a morire sotto le bombe di coloro che li dovevano difendere, salvare, aiutare ad uscire dalla crisi.  Ieri l’Iraq, dopo l’Afghanistan, oggi la Libia e domani? Una cosa è certa, prima o poi i responsabili di queste guerre per il petrolio dovranno pagare per le vite umane perse nelle loro avventure. Ogni vita vale quanto le altre, chi risponderà per la morte di tanti civili libici? Obama? Sarkozy o Cameron?

  • Il numero di morti nella guerra libica continua a salire, cosa fa la NATO in Libia?
  • La NATO doveva proteggere i civili o fare parte di una guerra?
  • Chi pagherà alla NATO le bombe usate in Libia contro i libici?
  • Chi controlla l’azione della NATO?
  • Con quali diritti la NATO interviene nelle guerre interne al continente africano senza confrontarsi con l’Unione africana?
  • Chi sono i ribelli?
  • Quale è il progetto politico e cultura che i ribelli/NATO hanno per la Libia?
  • Chi risponderà per il genocidio dei neri libici? (Cfr. Reportage del Corriere)
  • Perché mai le organizzazioni dei diritti umani non dicono nulla contro il massacro che i ribelli appoggiati dalla NATO compiono in Libia?
  • Una volta che si è verificato che la NATO viola ogni legge internazionale, chi può portare la NATO sul banco degli imputati?
  • Perché l’Italia ha dovuto accettare questa guerra anche se perdeva lei stessa tutti i previlegi che aveva sul mercato energetico libico?
  • Quanti milioni la NATO spende in Libia? Chi li pagherà?
  • Ma chi è la NATO?

Di Kingamba Mwenho
”L'ignoranza è forza, la guerra è pace, la libertà schiavitù.” George Orwell 1984.

lunedì, ottobre 10, 2011

Da Stanford: "Dite addio a cattedre e aule" così l'istruzione viaggia sul web

Da oggi a Stanford il corso online sulle Intelligenze Artificiali: 140 mila iscritti da 175 nazioni. Che non dovranno muoversi da casa per seguire le lezioni o fare gli esami. Tutto accade in Rete. Ma c'è anche qualche problema: come impedire che qualcuno faccia i compiti al posto di altri sballando le valutazioni finali? Ma la rivoluzione va avanti.

NELLA "scuola del futuro" non ci sono banchi rotti, muri sporchi ed edifici fatiscenti. Per la verità non ci sono proprio i banchi, i muri e gli edifici. E nemmeno le cattedre. Ci sono soltanto gli unici due elementi assolutamente indispensabili perché si possa parlare di un corso di studi: i docenti, ma solo quelli bravi davvero. E soprattutto gli studenti, tantissimi studenti.
Mai visti tanti studenti in una sola classe: quelli che stamattina aprono l'attesissimo corso di Introduzione all'Intelligenza Artificiale dell'università di Stanford, sono più di 140 mila e vengono da tutte le parti del mondo. Anzi, non vengono affatto perché ciascuno di loro, da oggi fino al 12 dicembre quando si terrà l'esame finale, per seguire le lezioni se ne starà a casa propria, o magari in un parco con un laptop sulle ginocchia, oppure starà facendo altro e si collegherà in rete quando gli sarà più comodo rivedere il professore su YouTube.
Ecco, la rete Internet sì, quella deve esserci nella scuola del futuro: e a banda larga se possibile, sennò i video vanno a singhiozzo e il sapere va a farsi benedire.
Benvenuti alla "University of Everywhere", l'università di ogni posto: oggi parte l'esperimento forse più avanzato che ha mai vissuto l'istruzione dai tempi di Socrate. L'obiettivo è insegnare a distanza, simultaneamente e gratis a tutti quelli che lo desiderano. Se funziona, nulla sarà più come prima.

Se funziona presto si avvererà lo scenario immaginato qualche giorno fa dall'ex direttore del New York Times Bill Keller sul suo blog: "I corsi saranno online e saranno votati dagli allievi come i libri su Amazon; l'insegnamento sarà organizzato con aste modello eBay; gli studenti invece del titolo di studio conquisteranno dei livelli di abilità come nei videogame. E presumibilmente, la birra del venerdì sera la prenderanno al Genius Bar della Apple".
Fermiamoci un attimo. Perché qui nessuno sta scherzando. Mentre gli studenti scendono in piazza per il diritto allo studio, una autentica rivoluzione didattica è in corso davvero, ed è più forte dell'ignoranza di certi ministri o dalla miopia di tanti politici che considerano l'istruzione un costo da tagliare e basta. Dopo aver stravolto i pilastri dell'industria culturale - dalla musica al cinema, dai libri ai giornali - , Internet sta ora attaccando il luogo dove batte il cuore del sapere da più di duemila anni: la scuola.
L'obiettivo finale è creare dei campus virtuali dove il sapere è distribuito in rete, i libri di testo si leggono gratuitamente sui tablet e le lezioni sono ribaltate rispetto a quanto siamo abituati a fare da due secoli: basta con discorsi fatti ex cathedra e compiti a casa. Meglio invece guardarsi a casa il video del prof tante volte quanto necessario a ciascuno di noi (visto che siamo tutti diversi, come ha spiegato il guru dell'istruzione Ken Robinson), e poi in classe si discute e si fanno gli esercizi.
La scintilla della rivoluzione si è accesa per caso. Se nel 2004 la piccola Nadia non avesse avuto problemi in matematica, il cugino Salman Khan non avrebbe iniziato a farle ripetizioni: solo che, visto che si trovavano in due città diverse degli Stati Uniti, Salman le sue lezioni le faceva via Yahoo! Messenger, un servizio di chat, mostrando le formule delle operazioni su un taccuino virtuale, Microsoft Paint.
Dopo un po' Nadia gli disse che preferiva un video, "perché posso rivedermelo se non ho capito qualcosa". E così il 16 novembre 2006 il cugino aprì un profilo su YouTube dove caricare le spiegazioni. Ora Salman non era un cugino qualsiasi: nato a New Orleans ma originario del Bangladesh, ha nel curriculum tre lauree al MIT di Boston e un master ad Harvard. Insomma è un mezzo genio. Anzi, leviamo il "mezzo". E così le sue clip per Nadia in rete sono diventate un cult: grazie a banali moduli scritti in Java, uno dei più noti linguaggi di programmazione, alla fine di ogni video di Khan ci sono delle batterie di domande, e solo se rispondi esattamente a tutte, sali ad un livello superiore e hai altre domande. Funziona come un videogame, praticamente, ma intanto Nadia imparava. E non solo lei.
In rete questi video furono subito un successo, al punto che Salman Khan dopo tre anni decise che quella sarebbe stata la sua vita: lasciò il posto di gestore di fondi finanziari ad alto rischio, ottenne un piccolo finanziamento da un venture capital di Silicon Valley e da quel giorno il suo canale lo ribattezzò "Kahn Academy". Ma la vera svolta doveva ancora arrivare: la scorsa estate dal palco del Festival delle Idee di Aspen, il fondatore di Microsoft Bill Gates in persona lodò il sito rivelando che i suoi figli lo usavano abitualmente. Per farla breve, Salman si è trovato con un milione e mezzo di dollari dalla Bill & Melinda Gates Foundation, seguiti da altri due milioni da Google (Google in questa storia è importante, poi vedremo perché).
Oggi la Kahn Academy è un colosso dell'istruzione primaria con 2600 video lezioni di storia, matematica, finanza e fisica; sulla homepage del sito ha un contatore che aggiorna quante lezioni ha già impartito (siamo vicini alla stratosferica cifra di 80 milioni). E si è data la missione di insegnarci "quello che vogliamo, quando lo vogliamo e al nostro ritmo di apprendimento". Piccola postilla: è tutto gratis.
Ma le sorprese non erano finite. Sei mesi fa a Long Beach si riuniscono un centinaio di cervelloni di tutto il mondo per l'annuale conferenza del TED. Bill Gates cura la sessione dedicata all'istruzione e sul palco porta Salman Khan naturalmente. In sala c'è un giovane tedesco sul quale da adesso punteremo i riflettori: si chiama Sebastian Thrun, ha 44 anni, gli occhi blu, è professore di informatica a Stanford dove guida il Laboratorio per l'Intelligenza Artificiale.
Thrun è al TED perché ha realizzato per Google il prototipo della auto che si guida da sola. Quando tocca a lui parlare spiega che la vettura ha già alle spalle 140 mila chilometri percorsi senza pilota per le strade della California e in sala molti hanno un brivido: "Aspetto con ansia il momento in cui le generazioni dopo di noi guarderanno indietro e diranno quanto fosse ridicolo il fatto che gli umani guidavano le auto". Ma poi Thrun ascolta il discorso di Salman Khan e decide di mettersi alle spalle le auto per dimostrare quanto sia ridicolo il fatto che l'istruzione di qualità, che è il presupposto indispensabile per immaginare un mondo migliore, sia così costosa e riservata a così poche persone.
Nasce così il corso di Stanford che parte oggi. Il professor Thrun non sarà solo. Al suo fianco c'è Peter Norvig, 55 anni, capelli bianchissimi, un set di camicie hawaiane indossate con disinvoltura, per molto tempo responsabile dei robot della Nasa e poi capo del settore ricerca di Google.
Ecco, Google ha un ruolo centrale perché saranno alcuni strumenti realizzati in collaborazione con il colosso informatico di Mountain View a rendere possibile la gestione di 140 mila studenti contemporaneamente: le loro domande e i compiti che ogni settimana avranno da fare per ottenere fra due mesi, se passeranno l'esame finale, un certificato di frequenza con un punteggio di valutazione. Non varrà come una laurea, quel pezzo di carta, ma le lezioni saranno le stesse di chi paga 50 mila dollari l'anno. C'è naturalmente un piccolo "problemino" che Thrun e Norvig non hanno ancora risolto: ovvero come impedire a qualcuno di fare i compiti al posto di un altro e quindi valutazione finali sballate. "Ma se supereremo questo ostacolo, l'istruzione cambierà per sempre".
Vedremo. Intanto stamattina suona la prima campanella. Naturalmente è il cinguettio di Twitter: "La prima lezione è stata caricata. Guardatela e poi ne riparliamo".

RICCARDO LUNA | La Repubblica

giovedì, ottobre 06, 2011

VENERDÌ 07 OTTOBRE 2011 || KIZOMBA ROMANA PRESENTA ||✮ KUDURO NIGHT ✮|| al Cafè Cretcheu.

KUDURO NIGHT IN ROMA

Una serata piena di sorprese e ballerini scatenati.
L'evento è imperdibile per gli amanti dell'afrosound: KIZOMBA VS ZOUK | KUDURO VS SALSA | DANCE VS SOUKUSS
=> Dalle 22:30 - Lezioni GRATIS di Kizomba
Si segue una serata di musica a 360°.
Il Cafè Cretcheu, in via Ancona 13, 00198 Rome - Piazza Fiume/Porta Pia
L'entrata è gratis.
Vieni a vedere!

KIZOMBA IN ROMA - ZOUK A ROMA

lunedì, settembre 26, 2011

Giuramento di Ippocrate: testo moderno e classico

Testo "classico" del Giuramento Ippocratico.

Giuro per Apollo medico e per Asclepio e per Igea e per Panacea e per tutti gli Dei e le Dee, chiamandoli a testimoni che adempirò secondo le mie forze e il mio giudizio questo giuramento e questo patto scritto. Terrò chi mi ha insegnato quest' arte in conto di genitore e dividerò con Lui i miei beni, e se avrà bisogno lo metterò a parte dei miei averi in cambio del debito contratto con Lui, e considerò i suoi figli come fratelli, e insegnerò loro quest'arte se vorranno apprenderla, senza richiedere compensi né patti scritti. Metterò a parte dei precetti e degli insegnamenti orali e di tutto ciò che ho appreso i miei figli del mio maestro e i discepoli che avranno sottoscritto il patto e prestato il giuramento medico e nessun altro. Scegliero' il regime per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, e mi asterrò dal recar danno e offesa. Non somministerò a nessuno, neppure se richiesto, alcun farmaco mortale, e non prenderò mai un' iniziativa del genere; e neppure fornirò mai a una donna un mezzo per procurare l'aborto. Conserverò pia e pura la mia vita e la mia arte. Non opererò neppure chi soffre di mal della pietra, ma cederò il posto a chi è esperto di questa pratica. In tutte le case che visiterò entrerò per il bene dei malati, astenendomi ad ogni offesa e da ogni danno volontario, e soprattutto da atti sessuali sul corpo delle donne e degli uomini, sia liberi che schiavi. Tutto ciò ch'io vedrò e ascolterò nell'esercizio della mia professione, o anche al di fuori della della professione nei miei contatti con gli uomini, e che non dev'essere riferito ad altri, lo tacerò considerando la cosa segreta. Se adempirò a questo giuramento e non lo tradirò, possa io godere dei frutti della vita e dell' arte, stimato in perpetuo da tutti gli uomini; se lo trasgredirò e spergiurerò, possa toccarmi tutto il contrario.

GIURAMENTO Testo "moderno"

Consapevole dell' importanza e della solennità dell' atto che compio e dell' impegno che assumo, giuro: di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell' uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente; di attenermi alla mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze; di prestare la mia opera con diligenza, perizia, e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l'esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione; di affidare la mia reputazione esclusivamente alla mia capacità professionale ed alle mie doti morali; di evitare, anche al di fuori dell' esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della professione. Di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni; di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità condizione sociale e ideologia politica; di prestare assistenza d' urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità a disposizione dell'Autorità competente; di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico, tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto; di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell' esercizio della mia professione o in ragione del mio stato; di astenermi dall' "accanimento" diagnostico e terapeutico.

Da unicz.it

venerdì, settembre 23, 2011

OGGI, 23 SETTEMBRE 2011 – Riparte Kizomba Romana (Zouk vs Kizomba, Salsa vs Kuduro/Dance)

Per tutti i Kizomba/Zouk lovers è un appuntamento importantissimo visto che ci ritroviamo dopo due mesi di STOP.

Oggi a partire dalle 22:30 al Cafe Cretcheu (Via Ancona, 9 – Porta Pia).
- Lezioni GRATIS di Kizomba/Zouk ed alcuni movimenti di balli africani.
- Si segue serata di grande musica Afrolatin  sound, black & dance music, e much more.
- Balliamo allegramente, ci divertiamo assai, e facciamo tanti nuovi amici.

A questa sera!

PS: VENERDI 30 APERTURA OFFICIALE DELLA STAGIONE - CON MOLTE SORPRESE!

Ti aspettiamo

Link dell'evento:
http://www.facebook.com/event.php?eid=136082836413742

Per info: 320.5320188 | 338.4994766 | 3490841557

Kizomba Romana - Dolci emozioni, nella città eterna.

mercoledì, settembre 21, 2011

TAKE PART IN THE E- MAIL CAMPAIGN AGAINST THE U.S./NATO WAR IN LIBYA !


Promoted by Rete No War and U.S. Citizens for Peace & Justice – Rome

Take just a few easy steps to send e-mails to non-belligerent members on the UN Security Council, calling on them to take a stand against the military intervention and to support and promote a negotiated resolution/peace.

martedì, agosto 30, 2011

BASKET/MONDO: ANGOLA INVITATA A OSPITARE IL PRIMO MONDIALE AFRICANO

Luanda - Il segretario generale della Federazione mondiale di basket, Patrick Baumann, ha invitato il governo dell'Angola a realizzare il primo campionato mondiale di basket in Africa. L'invito e' stato lanciato da Baumann durante una conferenza stampa al centro delle conferenze internazionali di Antananarivo, in Madagascar. Il ministro dello Sport angolano, Goncalves Muandumba, ha accolto con favore l'invito.

lunedì, agosto 22, 2011

Fake Social Media Messages Led To War Against Libya on 22 Aug. 2011, by Marinella Correggia

The mother of all lies was sent to the world through a twitter message by Al Arabiya, February 23th. A message which makes Qadafi out to be a Hitler, and even more outrageous and cruel: "the repression in Libya has already claimed 10,000 dead and 50,000 injured."

It may be a ballon d'essai to check if the world was able to swallow it; it did: Even the progressive people in Europe said:

"We must stop the genocide."

"Bengazi is like Guernica."

baby-injured-by-nato-LIBYA-OIL-WAR But who is the source of this news? It was the terrorist rebels indeed (who kept repeating it): Al Arabyia says it received the news from "Sayed al Shanuka, Libyan member of the International Criminal Court, who was interviewed from Paris"

February 24th, just one day after the "genocide news," the International Criminal Court dismisses that man: "A clarification on media information regarding the ICC position on the Libyan situation is necessary. Various media sources have published information regarding the situation in Libya attributed to Mr Sayed Al Shanuka (or El-Hadi Shallouf), presented as a "member of the International Criminal Court" (ICC).

The ICC wishes to clarify that this person is neither a staff member nor counsel currently practicing before it, and by no means can he speak on behalf of the Court. Any declaration he made is given solely in his personal capacity.

The only official position to date is the ICC Prosecutor's statement, published on 23 February 2011. The decision to seek justice in Libya should be taken by the Libyan people. Currently, the Libyan State is not a Party to the Rome Statute. Therefore, intervention by the ICC on the alleged crimes committed in Libya can occur only if the Libyan authorities accept the jurisdiction of the Court, (through article 12(3) of the Rome Statute).

In the absence of such a step, the United Nations Security Council can decide to refer the situation to the Court. The Office of the Prosecutor will act only after either decision is taken."

But nobody seems to notice this official statement.

A few days later, March 3rd, it is Ali Zeidan's turn, a self-appinted spokesperson from the Libyan League for Human Rights which always, only from Paris, presents more terrifying data: 6,000 victims (3,000 in Tripoli, 2,000 in Benghazi, 1,000 elsewhere). But Zeidan's denunciation is not published in the LLHT website, and by the way Zeidan is not the president nor the director: another fake source. Zeidan is indeed a spokesperson of Benghazi terrorists. And he is the same Zeidan who, on March 23rd, stated: "In future oil agreements, we will remember those who helpd us" (by bombing more!).

It is indeed this data, 10,000 or 6,000 victims in a few days of protests, plus those allegedly "injured by Qadafi," which is taken as gold by the Human Rights Council in Geneva.

(But when in June the chief Prosecutor Ocampo issues a warrant for the three, the figure is no longer 6,000 but 208).

No matter, it is the huge figure which is used as the basis for the UN resolutions and for the war. The assumption is that if, in few days, "Qadafi killed so many people, what will happen if Libyan tanks enter Benghazi?" Indeed Dennis Ross, the White House political advisor, then stated: "Up to 100,000 people could be killed and everybody will blame us if we don't intervene."

This is what the UN resolutions and the war are based on... a tweet from a fake source.

(By the way, even in former wars in the past 20 years, there were fake smoking guns: incubators switched off in Kuwait City by Iraqi soldiers; weapons of mass destruction, mass graves and girls crying in front of a camera that they escaped death or rape).

About Marinella Correggia - Ecopeace activist since 1991, author, committed now against the awful NATO war against Libya

 

 

NATO's War Against Libya's Civilians - 07/09/11 - 02:10:10 pm

By FRANKLIN LAMB / Tripoli, Libya

Briefly noted below are five recent instances of undisputed NATO bombings on Libyan civilians selected because they still among the most frequently discussed by residents of Tripoli.

On May 13, 2011, a peace delegation of Muslim religious leaders having arrived in Breda to seek dialogue with fellow Sheiks from the east of Libya was bombed at 1 a.m. in their guesthouse by two MK 82 bombs. Eleven were killed instantly and 14 were seriously injured. NATO claimed the building housed a “Command and Control Center.” All witnesses and the hotel owner have vehemently denied this claim. This observer interviewed the leader of the delegation, Shiek Khalad Ali on three occasions, seeking details. He is recovering from shrapnel wounds to his right leg and confirms the eye-witness accounts. NATO has offered the families compensation.

During the early morning of June 20, 2011, 8 missiles and bombs targeted the home of Khaled Al-Hamedi and his parents and family. Fifteen family members and friends were killed including Khaled’s pregnant wife, his sister and three of his children. NATO said it bombed the home because it was a military installation of some kind. Witnesses, neighbors and independent observers deny there was ever any military installation or troop presence on the property.

In late June, 2011 on the main road west of Tripoli a public bus with 12 passengers was hit by a TOW missile killing all the passengers. NATO claimed that public buses are being used to transport military personnel. Foreign observers, including this one, unanimously aver that they have not seen military personnel in Tripoli, including tanks, APC’s or even military equipment. Local police provide security in the cities and neighborhood watch teams cover the suburbs.

On June 6, 2011, at 2:30 a.m. the central administrative complex of the Higher Committee for Children in central Tripoli, two blocks from this observer’s hotel, was bombed with a total of 12 bombs/rockets. The complex housed the National Downs Syndrome center including its records and vital statistics office, the Crippled Women’s Foundation, the Crippled Children Center, and the National Diabetic Research Center.

On June 16, 2011 at 5 a.m. NATO bombed a private hotel in central Tripoli, killing three and destroying a restaurant and Shisha smoking bar.

According to doctors from the Sirte Central Hospital, and the Libyan Lawyers Group representing the victims of NATO atrocities, who spoke during a briefing on 7/8/11, numerous health issues have resulted from NATO’s attacks.

Among these are an increase of strokes among the general population from five to twenty per month, a 300 per cent increase in diabetes and high blood pressure from February 15 to June 15, 2010 compared with the the same four month period in 2011.

Miscarriages in Libya are up dramatically according to the Prelate of the Catholic Church in Libya, Giovanni Innocenzo Martinelli, one of the most popular religious leaders in this 99.5% Sunni Muslim country, who informed visitors that in one day at the Green Hospital in Tripoli, following NATO bombing runs in mid March, 2011, there were 50 miscarriages and forty deaths. These statistics were confirmed during a meeting with this observer on 7/5/11 by Dr. Mohamed Milhat, cardiac specialist at the Libyan British Medical Center who described the large increase in the number of citizens complaining of stress-related illnesses.

History will judge NATO harshly for its crimes. Hopefully the citizens of every NATO member state will work to end its mission so as to protect the civilian population of Libya.

Franklin Lamb is doing research in Libya and can be reached c/o fplamb@gmail.com

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Palestine Civil Rights Campaign-Lebanon

PLEASE SIGN HERE!

http://www.petitiononline.com/ssfpcrc/petition.html

“Failure is not an option for the Palestine Civil Rights Campaign, our only choice is success”

15 year old Hiba Hajj, PCRC volunteer, Ein el Helwe Palestinian Camp, Saida, Lebanon

Please check our website for UPDATES:
www.palestinecivilrightscampaign.org

Franklin P. Lamb, LLM,PhD
Director, Americans Concerned for
Middle East Peace, Wash.DC-Beirut

Board Member, The Sabra Shatila Foundation and the Palestine Civil Rights Campaign, Beirut-Washington DC
Shatila Palestinian Refugee Camp

fplamb@palestinecivilrightscampaign.org

sabato, agosto 20, 2011

Frasi su Roma, Aforismi di Roma: “Roma è una polenta molle.” (Giulio Carlo Argan)

colosseo-Roma-grande-meraviglia-romana Ti ricordi ancora di Roma, cara Lou? Com’è nella tua memoria? Nella mia rimarranno un giorno solo le sue acque, queste limpide, stupende, mobili acque che vivono nelle sue piazze; e le sue scale, che sembrano modellate su acque cadenti, tanto stranamente un gradino scivola dall’altro come onda da onda; la festosità dei suoi giardini e la magnificenza delle grandi terrazze; e le sue notti, così lunghe, silenziose e colme di stelle. (Rainer Maria Rilke) In una città grande come questa o ci sei nata o non puoi viverci. (Ambra Angiolini)

Oh Roma! mia patria! città dell’anima! (George Gordon Byron)

Roma è una polenta molle. (Giulio Carlo Argan)

Forse uno dei guai dell’Italia è proprio questo, di avere per capitale una città sproporzionata per nome e per storia, alla modestia di un Popolo che quando grida “forza Roma” allude solo ad una squadra di calcio. (Indro Montanelli)

Roma di notte. Città morta. Città muta. Città nella quale il solo grido che ci permettono le facciate e le mura, sempre lo stesso con piccole variazioni, è Duce: il volto, di fronte e di profilo, berretto con aigrette o elmetto, amabile o terribile. La città cieca, sorda, con la lingua tagliata, si esprime soltanto attraverso le smorfie liriche di Mussolini. (Jean Cocteau)

venerdì, agosto 12, 2011

Associazione Studi Giuridici Immigrazione – Il diritto nei riguardi degli stranieri

Grave preoccupazione per le ripetute violazioni del diritto nei riguardi degli stranieri respinti, espulsi o trattenuti nei cie , dei richiedenti asilo e dei lavoratori stranieri. Un documento dell'ASGI raccoglie e cerca di promuovere provvedimenti per contrastare questa situazione.

http://www.asgi.it/home_asgi.php?

venerdì, giugno 24, 2011

VENERDÌ 24 GIUGNO ✮ KIZOMBA ROMANA - DOLCI EMOZIONI ✮ | ZOUK IN ROMA

Location:  Cafè Cretcheu
Via Ancona 13, 00198 Rome, Italia
Rome, Italy

✮ KIZOMBA ROMANA✮

- DOLCI EMOZIONI-


Kizomba | Zouk | Salsa | Afro/Black | Kuduro …

SPECIALE EVENTO dalle 22:00 alle 04:00
al Cafè Cretcheu, in via Ancona 13, 00198 Rome - Piazza Fiume/Porta Pia

Entrata è gratis con obbligo di consumo, E D'ALMENO UN CAPO DI ABBIGLIAMENTO BIANCO.

Vieni a vedere !

ATTENZIONE
[ I nostri amici sono sempre educati e cortesi sia fuori che dentro al locale! ]

[ Si consiglia di arrivare presto altrimenti che senso c'è arrivare alla fine della serata.]

[ Tutti sono invitati a creare un ambiente famigliare, amichevole, e molto "kizombeiro". Tutti sul palco a ballare!]

Ulteriore informazione:
a) Cliccare su “Invita persone a partecipare” dal menu a destra.
b) Selezionare tutti i tuoi contatti
c) Clicca su “Invia Inviti”
+ siamo e + ci divertiamo!
Per info: 320.5320188 | 338.4994766 | 3490841557

mercoledì, giugno 22, 2011

Libia/Guerra senza fine: In silenzio triplicano le morti della missione “umanitaria”

Le ultime drammatiche notizie provenienti dalla Libia su nuove vittime civili causate dai bombardamenti della NATO, (probabilmente non le uniche, vista l’intensità dei raid aerei dell’Alleanza e le denunce fatte in precedenza da alte personalità religiose locali) riportano all’attenzione della pubblica opinione  la natura stretta dell’operazione militare internazionale ora denominata “Unified Protector” e lanciata a suo tempo  con il supposto obiettivo di proteggere i civili dalla repressione del regime di Gheddafi.

Questa è  una guerra combattuta per rimuovere manu militari un regime, e per ridisegnare gli assetti di forza in una regione, quella del Maghreb, oggi attraversata da un vento di cambiamento che rischia di scuotere alle fondamenta gli obiettivi politico-strategici di gran parte dei governi che oggi partecipano alle operazioni della NATO.  Ancora una volta – come in Afghanistan – ci viene poi detto che  è in gioco  la credibilità ed il futuro della NATO, alleanza alla ricerca costante di una nuova ragione di esistere. In questo contesto, le vittime prime continuano ad essere il diritto internazionale e quelle popolazioni civili supposte beneficiarie dell’intervento, e che oggi si trovano intrappolate in un fuoco incrociato, trabombe umanitarie, operazioni militari sul terreno, e crimini di guerra commessi da tutte le parti in conflitto.

Questi elementi, assieme alla querelle tutta interna alla maggioranza sulla continuazione della missione in Libia , e l’annuncio dato nelle scorse ore da Berlusconi circa la decisione di porre termine alla partecipazione italiana alle operazioni a settembre, ci devono impegnare ad una più forte iniziativa di pace. Soprattutto in una fase nella quale opinione pubblica ed i media sembrano aver rimosso la guerra. Obiettivo principale dovrà essere quello di  rilanciare una soluzione pacifica e diplomatica al conflitto, in sostegno ad una transizione pacifica verso la democrazia in Libia,  anche sulla scia di quanto approvato  nel documento dell’ultima Assemblea nazionale di SEL.

Le operazioni militari sul campo ormai sono in un’impasse, un braccio di ferro nel quale la NATO spera di fiaccare definitivamente le truppe “lealiste” per poi costringerle a forza di defezioni , alla resa negoziata. Nelle condizioni attuali non sarà possible neanche lontanamente immaginare una tale soluzione.  Anzi quanto più  le ostilità si protrarranno, tanto più impraticabile diverrà quest’ ipotesi. Sarà perciò urgente  attivarsi ad ogni livello per un  cessate il fuoco immediato e la sospensione delle operazioni militari,  proponendo un processo di mediazione internazionale gestito e coordinato da governi e organizzazioni “terze” che non hanno avuto alcun ruolo nel conflitto in corso, e l’invio di una forza di interposizione ONU a tutela dei civili e del cessate il fuoco, composta da paesi che non hanno partecipato alle operazioni militari.

Di recente l’International Crisis Group, che già a suo tempo aveva stigmatizzato la decisione della comunità internazionale di imporre una “no fly zone” evidenziandone i rischi e le contraddizioni, ha rilanciato una proposta di mediazione e soluzione politica, che possa creare le giuste premesse per un futuro di pace e libertà in Libia. Tra le proposte quella di sostenere un processo di transizione democratica  negoziata tra i ribelli ed il regime, grazie all’intermediazione  di soggetti non coinvolti nel conflitto.

Certamente, e come riaffermato dalla think-tank,  le dichiarazioni fatte nell’ultimo vertice del G8 di Deauville  (“Gheddafi se ne deve andare”) sembrano chiudere ogni ipotesi di trattativa che possa prevedere un possibile esilio di Gheddafi. Qualche tempo prima il Procuratore Generale della Corte Penale Internazionale Moreno Ocampo aveva spiccato mandato di cattura internazionale per Gheddafi , che a questo punto non ha altra alternativa che quella di vendere cara la pelle.  A meno che l’abbandono della scena da parte di Gheddafi venga considerato non come condizione necessaria per l’avvio del processo di transizione democratica, ma la sua conseguenza.

Proprio su questo punto si è arenata la recente missione di mediazione russa a Tripoli, mentre la Cina ha deciso pragmaticamente di cambiare rotta aprendo un canale diretto con il governo provvisorio di Bengasi. Più in generale, ed anche in vista della necessaria elaborazione programmatica di SEL e dell’interlocuzione con le forze del centrosinistra e della sinistra diffusa e sociale, sarà necessariocomprendere a fondo le sfide politiche e intellettuali che questo intervento militare in Libia propone. La risoluzione 1973 marca un passaggio epocale nella storia delle Nazioni Unite, pieno di rischi ed incognite.

E’  la prima volta – infatti – che viene messo in pratica il principio della Responsibility to Protect (R2P). Questo principio, sviluppato in seguito alle stragi di civili di Srebrenica e Ruanda, delinea un approccio che mette al centro i diritti e la dignità delle persone rispetto a quelli della sovranità degli stati  Su questo punto andrà fatta chiarezza. Non possiamo rimanere impassibili di fronte a violazioni ripetute dei diritti umani, né di fronte a crimini contro l’umanità. In linea di principio può essere  condiviso il passaggio dal principio della “non ingerenza” quello della “non-indifferenza” ed anche la possibilità che la comunità internazionale si assuma la responsabilità di   attivarsi  qualora il governo di uno stato venga meno alle sue responsabilità nei confronti dei propri cittadini, violandone sistematicamente i diritti umani.

Con altrettanta fermezza  però va affermato che il principio della R2P può essere accettato solo se nonutilizzato in maniera selettiva, assicurandone la gestione e l’attuazione da parte di soggetti ed entità “terze” e laddove  la sua applicazione non sia fondata sugli strumenti propri di un approccio “militare” alla sicurezza. Il problema vero è quando sulla scorta di un principio, condivisibile sulla carta,  si passa poi a pratiche o modalità di applicazione che  creano pericolosi precedenti per giustificare la guerra. La genesi e lo svolgimento della guerra in Libia ne sono la riprova, visto che fin dall’inizio si decise di  dare massima enfasi allo strumento militare (no fly zone, no drive zone etc) piuttosto che agli strumenti politici, ed economici, e di mediazione internazionale.

Inoltre, il fatto che tale decisione fosse lasciata al Consiglio di Sicurezza, (che è noto essere organismo nel quale 5 superpotenze fanno la differenza attraverso il diritto di veto), rende ancor più evidente il rischio di un approccio opportunistico alla R2P fondato essenzialmente sugli interessi strategici o di “realpolitik” dei principali attori politici globali.  Per dare un senso compiuto al principio della “non indifferenza”  o meglio della “responsabilità” , e sgombrare il campo da ogni applicazione opportunistica dettata solo da interessi geopolitici,  andrà pertanto  riaperta una discussione sul tema della riforma delle Nazioni Unite che con questa vicenda rischiano di uscirne ulteriormente indebolite se non trasformate nella loro ragion di esistere.

L’Assemblea Generale dovrà avere un ruolo centrale nel democratizzare i processi decisionali sul ricorso alla R2P che dovranno essere tolti alla competenza del Consiglio di Sicurezza. Andranno poi creati strumenti d’interposizione ed intervento a difesa dei civili sotto comando delle Nazioni Unite e non subappaltati alla NATO. Inoltre sarà necessario sviluppare politiche di prevenzione dei conflitti che possano permettere alla comunità internazionale di attivarsi in anticipo con misure politiche ed economiche per prevenire possibili escalation che mettano a rischio la vita di civili. Quegli stessi che oggi muoiono sotto le bombe della NATO o quelle delle truppe “lealiste”, a Tripoli come a Misurata.

Francesco Martone

sinistraelibertà

venerdì, giugno 17, 2011

Diritti Globali 2011: L’insostenibile pesantezza del modello dominante (Rassegna)

La copertina del Rapporto 2011Per dirla con il sociologo Edgar Morin: «Salvarsi dalla catastrofe è improbabile, perciò ci spero» (“La Stampa”, 27 marzo 2011). È un po’ questo il senso dei colori della copertina del Rapporto sui diritti globali di quest’anno: un blu intenso e predominante ci dice delle difficoltà di un mondo alle prese con la crisi globale, con la disumanità delle guerre, dei terrorismi e delle violazioni dei diritti, con la devastazione ambientale che sembra conoscere ripensamenti troppo lenti e timidi; ma c’è anche un punto di verde che si affaccia e reclama un’incerta speranza, che allude a un orizzonte di futuro possibile, più degno e giusto per tutti. C’è il colore cupo del cimitero liquido che inghiotte a migliaia nel Mediterraneo e nel Canale di Sicilia uomini, donne e bambini in fuga e c’è il pallido verde del sogno di una vita desiderabile negli interstizi della Fortezza Europa. C’è lo scuro della privazione della libertà e del domani, della fame, della sete, della rapina delle risorse, del sottosviluppo e c’è il tenue ma tenace verde della liberazione e della rivolta che s’impongono al mondo e rovesciano i tiranni.

  • L’osceno mestiere delle armi

Il Maghreb ci ha insegnato, giacché lo avevamo dimenticato, che ribellarsi è giusto e talvolta diviene possibile. Assieme, ci ha mostrato come, ancora e sempre, le grandi nazioni, l’Europa e le organizzazioni mondiali siano incapaci d’interposizione positiva e scelgano sempre la scorciatoia (spesso interessata) dell’intervento militare. La guerra è una moneta che non va mai fuori corso. Anche in quest’anno l’abbiamo vista all’opera con le consuete -e micidiali- caratteristiche in Iraq, in Afghanistan e, ora, in Libia; oltre che nei tanti focolai e incendi minori sparsi per il mondo e, in particolare, nel continente africano.

Il Novecento, secolo breve e insanguinato, ha traghettato nel nuovo millennio inalterate volontà di potenza e strumenti bellici più raffinati ma non meno mortiferi. Strumenti più raffinati non tanto in virtù dei giganteschi progressi (meglio in questo caso sarebbe definirli regressi) tecnologici: non più guerre di uomini contro uomini, di soldati contro soldati, ma cinici e oltremodo distruttivi war games truccati dall’inizio, proprio come per la «pistola fumante» di Saddam Hussein; quanto per la cortina fumogena e propagandistica con la quale se ne sono oscurati totalmente gli effetti, con la macelleria scomparsa dai video e occultata dall’informazione embedded, nobilitata dalla vergognosa retorica di certi editorialisti e dal doloso rovesciamento di senso delle parole, che definisce umanitari la distruzione e l’eccidio. Alla violenza delle armi si intreccia così, sapientemente, quella della torsione della verità. Violenta e vile anch’essa.

Che la guerra sia cinica e che le parole tentino di mascherarne la vera essenza e la cruda sostanza, del resto, non è storia di oggi. Alle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki il 6 e 9 agosto 1945 erano stati dati i vezzosi nomignoli di Little Boy e Fat Man. I morti furono oltre mezzo milione, tra quanti morirono subito e quanti in seguito, per effetto delle radiazioni. Praticamente tutti civili. Una strage forse più infame delle tante altre, poiché non motivata da strette esigenze belliche quanto dalla volontà di testare le nuove armi e di ammonire l’alleato-nemico sovietico. Un esperimento in corpore vili, come si dice, ma in questo caso la viltà stava in chi premette quei pulsanti e ancor di più in chi decise che venissero premuti. Per quell’immane crimine non ci fu nessuna Norimberga. I vincitori, oltre che la propria forza e il nuovo ordine, impongono difatti anche la nuova morale e il proprio diritto.

Allo stesso modo, ieri e oggi nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq, in Libia, si testano nuovi armamenti e si smaltiscono i vecchi arsenali obsoleti, così da poterli nuovamente ricostituire ammodernati; costa difatti meno smaltirli impiegandoli sul campo: la vita umana, fatta diventare merce, è quella che vale meno di tutte. La guerra odierna delle grandi potenze è, eminentemente, “esternalizzata”: aggressione di privati armati (mercenari nobilitati con il nome di contractor) contro civili disarmati (mistificati con il marchio di terroristi, il più delle volte a torto). Guerra dell’Occidente contro i Sud del mondo. Guerra delle multinazionali per l’apertura di nuovi mercati. Guerra di governi e coalizioni mossi dalla necessità di garantirsi accesso a risorse energetiche e materie prime strategiche. Addirittura, guerra scatenata semplicemente dalla necessità di rinverdire la propria immagine per fini elettorali e di consenso, come nell’accelerazione imposta da Nicolas Sarkozy all’intervento e ai bombardamenti dei “volenterosi” (sic!) in Libia.

In quei giorni, mentre persino “grandi vecchi” della sinistra italiana appoggiavano l’intervento bellico contro Muammar Gheddafi, la parola più appropriata l’ha pronunciata, e tra i pochi, un ministro leghista: neocolonialismo. Nel caso di Roberto Calderoli si è trattata di una forma, assai poco credibile, di razzismo-pacifismo. Ma non di meno il termine utilizzato appare pertinente. La guerra ha assunto (o, più probabilmente, ha sempre costitutivamente avuto) la fisionomia propria della finalizzazione colonialista, vale a dire del depredamento di risorse e ricchezze, ora con particolare centralità di quelle energetiche, di posizionamento e di protezione di interessi geostrategici. Quando possibile, ciò avviene attraverso un combinato disposto di macrospeculazioni finanziarie e di azione convergente di Banche centrali, governi e istituzioni sovranazionali. Illuminante di questa tecnica (solo in apparenza priva di effetti letali) il caso della Grecia, dove dietro alla facciata degli “aiuti”, è passata la subordinazione del presente e del futuro di quel Paese a decisioni esterne e sinanche il pregiudizio di sue porzioni di territorio, poste a pegno della (impossibile) restituzione del debito, laddove peraltro il credito è cedibile a terzi. Quando, per ragioni diverse, il “colonialismo dolce” non può avanzare in punta di deliberati finanziari e di subordinazione di esecutivi e leadership locali agli interessi delle corporation, si torna ai più antichi e collaudati sistemi, alla punta delle baionette, vale a dire all’occupazione fisica, come in Iraq e Afghanistan o ai protettorati e ai “governi-fantoccio” a presidio e garanzia degli interessi occidentali. Esemplare al riguardo il ruolo e la diretta ingerenza avuti dalla Francia, ad aprile 2011, nella crisi interna della Costa d’Avorio, ex colonia dove gli interessi francesi sono tuttora assai cospicui, sino alla cattura e deposizione del “presidente illegittimo” e divenuto sgradito Laurent Gbagbo.

Anche qui, poco di nuovo: le politiche del bastone e della carota, dei governi amici, dei golpe e dell’intervento militare sono gli strumenti utilizzati nel corso del Novecento nel risiko planetario dalle due superpotenze di allora, dagli USA nel “cortile di casa” latino e centro americano e dall’URSS nell’Est Europa e da entrambe in Africa, Medio Oriente e Asia.

Ora i rovesciamenti, traumatici o “dolci”, dell’ordine esistente non si chiamano più golpe o guerre coloniali ma con gli ossimori “guerre umanitarie” o “missioni militari di pace”: le intenzioni e i risultati non sono dissimili. La differenza è che a quel tempo gli interessi perseguiti erano quelli, appunto, di potenza degli Stati che si erano divisi il mondo; oggi sono eminentemente quelli delle grandi multinazionali. D’altra parte, è forse necessario anche qui provare a riportare le parole al loro reale significato. Appare, in effetti, arduo considerare e definire come guerra la pratica dei bombardamenti aerei, che è divenuta la costante. A rischio zero per chi la compie e oltremodo devastante per chi ne è vittima. Persino il terrorismo comporta rischi e conseguenze per i suoi autori. In questo caso, invece, la sproporzione è evidente. Non c’è qui bellum né duellum, non c’è neppure l’osceno mestiere delle armi: c’è solo la supremazia dei missili e dei sistemi elettronici, degli investimenti multimiliardari dei governi e degli immani profitti delle lobby transnazionali. La definizione appropriata di tutto ciò sarebbe quella di stragismo su vasta scala.

  • La catena di montaggio della morte

Secondo i dati dell’osservatorio mensile sulle vittime dei conflitti, pubblicati nel nuovo periodico di Emergency, “E – il mensile”, solo dal 10 febbraio al 10 marzo 2011 vi sono state 2.544 vittime disseminate in 20 Paesi. In testa alla triste lista l’Afghanistan, con 550 morti e il Pakistan con 404. La Libia ancora non era conteggiata. Si tratta di cifre sicuramente inferiori alla realtà, poiché provenienti solo dalle rilevazioni sul campo di organizzazioni umanitarie e da fonti di stampa, ma sufficienti a fare comprendere gli effetti delle ingerenze umanitarie e degli squilibri mondiali. Vale anche qui il cinico rovesciamento della realtà e del nome delle cose. “Missioni di pace”, invocate in nome della difesa delle popolazioni civili dalle violenze di satrapi e dittatori, si sono regolarmente (e inevitabilmente: di questo occorrerebbe che si rendessero conto i sostenitori in buona fede dell’intervento in Libia o, prima, in Bosnia) tradotte in una crescita esponenziale proprio di quel genere di vittime. Relativamente all’Afghanistan, nel solo 2010, le organizzazioni umanitarie hanno registrato 2.777 vittime civili, in aumento del 15% rispetto all’anno precedente (ma per i bambini la crescita delle morti è stata addirittura del 66%). Di almeno 440 di queste vittime sono responsabili le forze di sicurezza afghane e le truppe internazionali “di pace”.

Ancora più grave il quadro dell’Iraq, dove il bilancio di Iraq Body Count dall’inizio del conflitto nel 2003 all’aprile 2011 indica in oltre 100.000 le morti civili. Sicuramente neppure Saddam Hussein, con lo sterminio dei kurdi e degli oppositori, sarebbe riuscito a tanto. Pure l’Italia ha fatto la sua parte, spendendo peraltro in questa guerra sinora oltre tre miliardi di euro. Certo assai meno degli USA, il cui budget 2011 per la Difesa (che sarebbe invece proprio chiamare spesso per l’Offesa) è di 725 miliardi di dollari, di cui circa 200 per le missioni in Afghanistan e Iraq.

La guerra, insomma, oltre a non essere mai giusta e mai necessaria, non difende i civili, ma contribuisce a ucciderli e a esporli ancora di più alla spirale della violenza. Sono altri gli strumenti. Ma il gioco, ormai collaudato, è quello di lasciare degenerare a tal punto la situazione che non si rendano più praticabili soluzioni politiche e diplomatiche, di interposizione e pressione, di mediazione e trattativa. Allora si dice: non c’è altra soluzione dell’intervento militare. Invece, le soluzioni alternative c’erano e ci sono sempre. Basta porsi in quell’ottica e zittire le pressioni interessate delle lobby. E magari destinare alle alternative anche solo una piccola parte della montagna di risorse economiche impiegate per le opzioni belliche.

Del resto, al di là di ogni valutazione nel merito e dei possibili -e anzi necessari- distinguo, è paradossale che il premio Nobel per la pace sia stato assegnato al presidente di uno Stato mentre questi era in guerra su più fronti. E’ anche questa distanza tra le cose e il nome a esse attribuito dall’opinione e dalla morale dominante che determina l’esteso e crescente -preoccupante sotto il profilo democratico- sentimento di repulsa per la politica.

Di Sergio Segio, coordinatore del “Rapporto sui diritti globali 2011″ | Volontariato Oggi
(scarica l’introduzione completa)

La base segreta degli Stati Uniti per le guerre in Africa e Medio oriente

Piano della Cia. Secondo le rivelazioni di un funzionario dell’agenzia di spionaggio statunitense citato dal New York Times, gli Usa stanno costruendo una base aerea per lanciare attacchi nello Yemen con droni armati.

MANLIO DINUCCI*

Roma, 17 giugno 2011, Nena News Mentre i raid aerei sulla Libia sono saliti a 11.500 e il segretario generale della Nato Rasmussen chiede agli alleati più spese militari e maggiore impegno nella guerra, il conflitto si propaga nella regione mediorientale e nordafricana in forme meno visibili ma non per questo meno pericolose, aprendo in continuazione nuovi fronti. La Cia – informa un funzionario dell’agenzia di spionaggio statunitense citato dal New York Times – sta costruendo una base aerea segreta in Medio Oriente per lanciare attacchi nello Yemen con droni armati. Sono i Predator/Reaper (già in azione in Afghanistan, Pakistan e Libia), armati di 14 missili Hellfire e telecomandati da una base in Nevada a oltre 10mila chilometri di distanza.

Da quando è entrato in carica, «il presidente Obama ha drasticamente aumentato la campagna di bombardamento della Cia in Pakistan, impiegando droni armati», gli stessi che verranno usati per «espandere la guerra nello Yemen». L’amministrazione democratica li considera «l’arma preferita per cacciare e uccidere militanti in paesi dove non è praticabileuna grossa presenza militare americana». Nello Yemen, è attualmente in azione il Comando congiunto per le operazioni speciali (Ussocom), assistito dalla Cia e autorizzato dall’esecutivo di Sanaa. Ma, data la «fragilità di questo governo autoritario », l’amministrazione Obama è preoccupata che un futuro governo non sia in grado, o disposto, a sostenere le operazioni statunitensi. Per questo ha incaricato la Cia di costruire la base segreta in una non-identificata località mediorientale, così da intraprendere «azioni coperte senza l’appoggio del governo ospite». Ciò conferma che l’amministrazione Obama sta intensificando la guerra segreta in tutte le sue varianti. Come dichiara ufficialmente lo Ussocom, essa comprende: azione diretta per distruggere obiettivi, eliminare o catturare nemici; guerra non-convenzionale condotta da forze esterne, addestrate e organizzate dallo Ussocom; controinsurrezione per aiutare governi alleati a reprimere

una ribellione; operazione psicologica per influenzare l’opinione pubblica straniera così che appoggi le azioni militari Usa. Queste operazioni vengono condotte basandosi su tecnologie sempre più avanzate. Rientra in tale quadro la decisione dell’amministrazione Obama, resa nota dal New York Times, di creare su scala globale «reti ombra di Internet e telefonia mobile che possano essere usate dai dissidenti per aggirare la censura governativa». Il Pentagono e il Dipartimento di stato vi hanno investito finora almeno 50 milioni di dollari. Esse vengono realizzate per mezzo di speciali valigette che, introdotte in un determinato paese, permettono di comunicare con l’estero attraverso computer e telefoni cellulari, in modalità wireless e in codice, evitando controlli e divieti governativi.

La motivazione ufficiale di Washington è «difendere la libertà di parola e allevare la democrazia». Ben altri gli scopi. Le reti ombra, fornite solo ai gruppi dissidenti utili alla strategia statunitense (in Siria, Iran e altri paesi) e controllate da Washington, sono le più adatte a diffondere sui media notizie fabbricate, per operazioni psicologiche che preparano l’opinione pubblica a nuove guerre. Nena News

* questo articolo e’ stato pubblicato il 17 giugno 2011 dal quotidiano Il Manifesto

Sporca guerra in Libia: Tanti rischi e pochi soldi per un intervento inutile.

Dice Roberto Maroni che possiamo ben risparmiarceli i soldi delle bombe sulla Libia e degli immigrati dalla Libia, visto che da quella missione pantano gli americani che ci avevano chiesto di partecipare si stanno già defilando ufficialmente, accusandoci anche di negligenza. Ha ragione, possiamo ben essere d’accordo con il ministro dell’Interno (e col governatore Formigoni) noi che sulle pagine di Libero l’abbiamo chiamata fin dal primo giorno una guerra da pazzi, noi che, per la verità in scarsa compagnia, cito giusto Souad Sbai, parlamentare che quel mondo lo conosce come pochi e che si è esposta subito, l’abbiamo scritto manco avessimo la sfera di cristallo, ma si chiama buon senso, che era una avventura stupida quanto avida, priva di tattica, strategia, progetto politico. Francia e Inghilterra a caccia di petrolio e di riscatto dalle figuracce in Tunisia e in Egitto si sono buttati, con l’appoggio della nuova politica internazionalista di Barack Obama in una guerra che non va da nessuna parte; la Germania saggiamente ha fiutato la trappola antieuropea partita da Washington e ha detto di no; l’Italia, che pure ben sapeva come le sedizoni di Bengasi non vadano scambiate con rivolte nazionali, l’Italia che con il dittatore aveva faticosamente e abilmente raggiunto un accordo di grande utilità sul contenimento degli sbarchi e ottimi affari in Libia, ha provato a resistere, poi ha ceduto alle pressioni. La collocazione geografica forse in parte obbligava, ma qualcuno prima o poi ci rivelerà il contenuto della famosa telefonata partita dalla casa Bianca verso Palazzo Chigi, qualcuno ci racconterà il ruolo del Quirinale, l’entusiasmo per le bombe “umanitarie”, e tanti altri dettagli inspiegabili. Se poi dovesse venir fuori che alla vigilia dell’attacco sferrato da Sarkozy senza preavviso né autorizzazione Nato, Gheddafi stava veramente trattando un passaggio di poteri che avrebbe potuto essere indolore, allora l’intrigo internazionale sarebbe veramente servito.

Il punto ora è se e come uscirne, possibilmente contenendo le perdite economiche e di sicureza nazionale. Il sottosegretario alla Difesa Usa, Robert Gates, uno che ha attraversato epoche e presidenti, dal Vietnam all’uccisione di Bin Laden, uno che ha dominato nei circoli realisti di Bush Padre, in quelli neoconservatori di Bush figlio, per approdare al pasticcio di Obama, nei giorni scorsi, parlando dell’intervento della Nato in Libia, ha spiegato che «è dolorosamente evidente che le lacune di investimenti e la mancanza di un largo consenso politico possono compromettere la possibilità di condurre una campagna militare integrata, efficace e duratura». Per lui l’Alleanza è a due velocità, visto che due terzi delle spese militari vengono pagate dai contribuenti americani i quali potrebbero «perdere la pazienza».

Certo è che In Libia, la missione "Comando Unificato" ha già superato i limiti prefissati e non ha prodotto il risultato di sconfiggere il Colonnello Gheddafi. L’esercito lealista resiste, gli insorti si sparano soprattutto sui piedi e in aria, coordinamento delle operazioni, fornitura di armi, addestramento, bombardamenti dall’aria non servono. Gheddafi si fa vedere e gioca a scacchi, come ha fatto giustamente notare Maroni, nel senso che ci prende in giro e ci manda anche a dire, a noi italiani, che con tutti è pronto a trattare tranne che con il traditore Berlusconi e il suo uomo Frattini.

Naturalmente qualche ragione a prendersela con l’Europa Gates ce l’ha. Gli europei hanno costruito i loro costosi sistemi di welfare inghiottendo i fondi destinati alla Difesa. Insieme, gli eserciti di Londra e Parigi non fanno quello israeliano, Sarkozy gioca alla grandeur indipendente, ma il budget dei francesi è appena il 6 per cento di quello americano, e il 7 quello degli inglesi. Anche  l’Italia per riuscire a far lavorare, il centro delle operazioni aeree richiede un aumento di specialisti provenienti in larga parte dagli Usa. Ma anche il Presidente Democratico sta seguendo una politica interna fatta di alta spesa pubblica e forti investimenti federali a svantaggio del budget militare, centinaia di miliardi di dollari in tagli al Pentagono nei prossimi 12 anni. Gates non è d’accordo, teme il rischio degli anni settanta e degli anni novanta, sempre presidenti democratici erano, e contesta i tagli lineari di Obama. Molti rischi, pochi soldi, grande confusione politica, tra l’Europa divisa e debole e un America in campagna elettorale. Perché allora cascare nella trappola di una guerra inutile a Gheddafi? Già, perché?

di Maria Giovanna Maglie | Libero

mercoledì, giugno 15, 2011

Zouk in Roma vs Kizomba in Roma = Kizomba Romana Eventi

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[ I migliori eventi di Kizomba vs Zouk in Roma! ]
I nostri dj mixano
* Kizomba vs Zouklove
* Hip Hop vs R&B
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***** much more*****
Per info: 320.5320188 | 338.4994766 |

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Zouk in Italia vs Kizomba in Italia = Kizomba Romana Eventi

martedì, giugno 14, 2011

SABATO 17 GIUGNO ✮ KIZOMBA ROMANA - WHITE NIGHT ✮ | CAFE CRETCHEU |

Quando: Venerdì 17 giugno 2011 | dalle 22:3 alle 4:00 |
Dove: Cafè Cretcheu | Via Ancona 13, 00198 Rome, Italia |

MOMENTI DI KIZOMBA ROMANA

- ✮✮WHITE NIGHT✮✮ -

 Kizomba Romana - white party-in-roma3 
✮✮TUTTI VESTITI DI BIANCO PER NOTARSI NELLA NOTTE✮✮
- Evento su Facebook -

SPECIALE EVENTO dalle 22:00 till late!
al Cafè Cretcheu, in via Ancona 13, 00198 Rome - Piazza Fiume/Porta Pia

Insieme per:
* Kizomba vs Zouklove
* Reggaeton vs Hip Hop
* Salsa vs * R&B
* Kuduro
* Soukuss
* Dance vs 80\90 style
* Reggae
*Coupe Dekale & much more.

WORLD MUSIC ON YOUR HEART!

Entrata è gratis con obbligo di consumo, E D'ALMENO UN CAPO DI ABBIGLIAMENTO BIANCO.
- Si mangiano degli stuzzichini ed altri cibi tipici.

LA NOSTRA FORMULA:
Ricominciamo dal Cafè Cretcheu. Questa è la nostra via. Puntiamo a creare momenti di amichevoli incontro dove vivere intensamente il ritmo della Kizomba e degli stili targati (Afrolatin sound ).

=> Tutti i venerdì ci troveremo al Cafè Cretcheu, come amici e come amanti del divertimento. L'ambiente lo costruisci tu, porta con sè i tuoi amici e amiche.
Vieni a vedere !

ATTENZIONE
[ I nostri amici sono sempre educati e cortesi sia fuori che dentro al locale! ]
[ Si consiglia di arrivare presto altrimenti che senso c'è arrivare alla fine della serata.]
[ Tutti sono invitati a creare un ambiente famigliare, amichevole, e molto "kizombeiro". Tutti sul palco a ballare!]

Ulteriore informazione:
a) Cliccare su “Invita persone a partecipare” dal menu a destra.
b) Selezionare tutti i tuoi contatti
c) Clicca su “Invia Inviti”
+ siamo e + ci divertiamo!

Kizomba Romana - white party-in-roma-
Kizomba Romana - white party-in-roma0000000000  Kizomba Romana - white party-in-roma2 
Per info: 320.5320188 | 338.4994766 | 3490841557
Non mancare, perderesti davvero una bella serata!

Kizomba Romana Eventi & Cafè Cretcheu
FACEBOOK: http://www.facebook.com/event.php?eid=136082836413742
KIZOMBA & ZOUK IN ROMA: http://www.facebook.com/kizomba.romana

L’ipocrisia della guerra libica, dimenticata da cittadini e pacifisti (Rassegna)

E sul sito dell'Aeronautica Militare Italiana, la missione non compare tra le ''Operazioni internazionali''

In Libia continuano i raid - anche italiani - ma nessuno ne parla. Né si trova più mezzo pacifista disposto a manifestare contro la guerra portata nel Paese di Gheddafi. Improvvisamente sono sparite le bandiere arcobaleno, i vari Alex Zanotelli, i cori, le fotine con la bandiera "dei ribelli" dalle iconcine di Facebook. Tutti si sono girati dall'altra parte.

Il mandato dell'Onu, l'ombrello della Nato e un misto di ipocrisia e buonismo deve aver convinto media e cittadini che in fondo qualche bomba possiamo pure sganciarla anche noi. Gli unici a fare ancora un po' di cagnara sono quelli della Lega. Ma non per amore del popolo di Gheddafi - no - quanto per le conseguenze sull'immigrazione clandestina.

Le bombe della "coalizione", intanto, proseguono a tartassare Tripoli e le forze lealiste. Qualche volta hanno sbagliato e la segnalazione di civili massacrati dal "fuoco amico" - quello giustificato dalla risoluzione 1973 votata dalle Nazioni Unite - è giunta fino in Europa e verrà esaminata. Anche qui, non c'è stato mezzo pacifista disposto a scendere in strada nel nome della pace. La Libia pare ormai sia stata abbandonata dai più al proprio destino. Al pari della Siria, dove ogni giorno si registrano stragi, i profughi scappano ma nessun pacifista muove un dito davanti ad alcuna ambasciata o consolato siriano. Quello che c'è stato - sporadicissimo rispetto alle manifestazioni cui siamo stati abituati - è stato ben poca cosa. Briciole.

D'accordo - mi si ribatterà - c'erano i referendum. Il nucleare, l'acqua pubblica, il legittimo impedimento. Giusto. Ma di fatto la Libia ormai se la sono dimenticata tutti. A tal punto che non ci si accorge nemmeno che sul sito dell'Aeronautica Militare Italiana non compare da tempo nemmeno una notizia sulle attività dei nostri piloti nei cieli di Tripoli. C'è solo un comunicato che racconta il tipo di armamento usato e sottotitolato "Il potere aerospaziale", quasi si trattasse di un videogioco. La guerra in Libia non compare nemmeno sotto l'elenco delle "Operazioni Internazionali" (ci sono invece Iraq e Afghanistan), come se non si stesse svolgendo. Che fanno i nostri piloti? Bombardano? Come? Dove? Quando? E soprattutto: chi? Tutte domande dimenticate da cittadini e popolo arcobaleno che non pretendono più risposte dalle istituzioni: in Libia stiamo combattendo una guerra ma non ci pensiamo più.

E per elencare altre ipocrisie - internazionali questa volta - l'Occidente dovrebbe intervenire inSiria, in Iran, in Darfur, in Yemen, in Somalia...giusto per citarne alcune. Sarebbero anche queste guerre giuste. L'impressione, invece, è che si sia scelto il più "debole", capace di mettere tutti d'accordo in breve tempo e senza troppe difficoltà.

Per non parlare dei tradimenti: Berlusconi era amico di Gheddafi mentre la campagna elettorale di Sarkozy - il primo a far sganciare le bombe sulla Libia - era stata sovvenzionata proprio dal rais.

Il tutto per tacer dei nostri interessi economici: le solerti bombe francesi hanno di fatto interrotto - o fortemente limitato - le attività petrolifere nostrane nella zona. Non una parola da Berlusconi, non una protesta da Frattini che pure è il Ministro degli Esteri. E gli italiani? Per sollievo del Governo, pare adesso pensino ad altro.

Di Emilio Fabio Torsello – Diritto di critica

Primavera Araba: La scommessa democratica “Voglio essere ottimista”

Sappiamo di essere testimoni della Storia, ma di una storia scritta in avanti, non all’indietro. Cerchiamo disperatamente un esito felice, ma non siamo pronti a scommettere la fattoria di famiglia sulla sua riuscita.
Voglio essere ottimista circa lo sconvolgimento del mondo arabo e sui suoi esiti.
In effetti, voglio essere disperatamente fiducioso. Dopo tutto, se le cose dovessero davvero andare nella direzione giusta, un’intera regione potrebbe finalmente iniziare a godere delle benedizioni delle democrazie fiorenti e della tutela dei diritti umani. Come Immanuel Kant affermava nella sua opera “La pace perpetua”, le società “rappresentative” o “repubblicane” tendono a non muoversi guerra a vicenda.
Il migliore esempio moderno di questo fenomeno è l’Europa del dopoguerra. L’Unione Europea, nonostante tutti i suoi problemi ha dimostrato di essere il progetto di pace più ambizioso e di successo della storia contemporanea.
Guardando al mondo arabo negli ultimi sei mesi, stiamo assistendo all’inizio di un processo che potrebbe portare nella stessa direzione generale, o a qualcos’altro?
Francamente, nessuno può ancora dirlo.
Ricordiamo, per cominciare, che nessuno prevedeva la rivolta, iniziata in Tunisia. E anche quando gli eventi hanno cominciato a svolgersi, sono stati fatti molti passi falsi. Nel frattempo, i media cercavano di dare un senso a eventi che non avevano in alcun modo previsto, e avevano bisogno di sfornare analisi e spiegazioni agli utenti affamati di notizie a ciclo continuo.
Troppo spesso, i media hanno ceduto alla tentazione, incredibilmente semplicistica, di quella che io chiamerei “informazione binaria”. Quando il presidente egiziano Mubarak è stato infine ritenuto “cattivo”, per definizione, coloro che si opponevano a lui erano presunti “buoni”.
Stessa storia in Libia: se il colonnello Gheddafi era “un peccatore”, poi ovviamente chi cerca di scacciarlo, chiunque essi siano, devono essere per forza dei “santi”.
Ma col tempo si scopre che non è poi così semplice. Il contrario di “despota”, in situazioni del genere, potrebbe essere “democratico”, ma non necessariamente.
L’esempio più eloquente è l’Iran. Agli inizi del 1979, gli Stati Uniti e altri avevano concluso che lo scià, che il presidente Carter aveva in precedenza lodato come “un’isola di stabilità”, doveva andarsene. L’ipotesi era che chiunque l’avesse sostituito, sarebbe stato sicuramente migliore.
Salvo poi scoprire che non era così, ma il costo del giudizio sbagliato, per sottolineare ciò che è dolorosamente ovvio, si è rivelato molto alto.
Questo aiuta a spiegare perché Israele ha assunto un profilo insolitamente basso, adottando un atteggiamento attendista.
L’Egitto è lo scenario più grande. C’è molto in bilico: un accordo di pace in vigore dal 1979; le importazioni di gas egiziano; la politica nei confronti dei vicini di Gaza governata da Hamas; il ruolo dei Fratelli Musulmani nella politica egiziana, e più ampie considerazioni strategiche.
La Siria è un altro scenario di primario interesse strategico, naturalmente.
Se il presidente Assad riuscirà a mantenere il potere con la sua forza micidiale, che cosa desumerà dagli ultimi mesi? Accoglierà la necessità di una riforma, come qualcuno potrebbe ancora sperare vanamente, o forse tenterà di creare dei diversivi, come abbiamo visto il 15 maggio scorso e ancora pochi giorni fa, coinvolgendo, per esempio, Israele, nel tentativo di reindirizzare la rabbia nazionale? E se perderà il potere, chi lo sostituirà? Ci sono dei democratici jeffersoniani in attesa dietro le quinte tra la maggioranza sunnita? Ne dubito.
E l’elenco potrebbe continuare. Soprattutto, la Giordania, con cui Israele condivide la sua frontiera più lunga, la cooperazione per la sicurezza e un patto di pace, sarà capace di restare stabile, o affronterà anch’essa diffuse proteste destabilizzanti? La democrazia non è un processo che si esaurisce in una notte.
Richiede anni, in realtà decenni, di paziente e tenace coltivazione. Ha bisogno di penetrare ogni aspetto di una società - dalle scuole alla magistratura, dai media alla società civile, dalle urne ai militari. Sì, deve pur cominciare da qualche parte, ma pensare che possa essere trapiantata immediatamente in società che non hanno familiarità con i suoi principi fondamentali, o che possa realizzarsi mediante un processo lineare che salti allegramente di pietra miliare in pietra miliare, significa sottovalutare il percorso o il suo attuale punto di partenza.
I gruppi ebraici americani possono contribuire a nutrire questo processo, soprattutto, sollecitando un impegno americano continuo, non episodico, e l’analisi realistica dei comportamenti.
Ma, per quanto strano possa sembrare, l’unico paese nella regione più pronto a fare il salto potrebbe essere l’Iran.
Oggi suona inverosimile, ma forse non è proprio così. L’Iran ha una forte comunità di uomini d’affari, una classe media vibrante, un’esplosione demografica di giovani irrequieti, un forte movimento femminista e una diaspora attiva. Quanto potrà ancora andare avanti il regime teocratico corrotto, venale e repressivo prima che cada? Prima o poi cadrà, così come cadde l’Unione Sovietica.
E questo potrebbe davvero cambiare i giochi.
E allora guardiamo, aspettiamo e ci interroghiamo.
Sappiamo di essere testimoni della storia, ma di una storia che viene scritta in avanti, non all’indietro.
Stiamo disperatamente cercando un esito felice, ma non siamo ancora pronti a scommettere la fattoria di famiglia sulla sua riuscita.
Vogliamo essere coerenti nel nostro approccio, ma ci rendiamo conto che la coerenza potrebbe farci finire nei guai. Vogliamo, per esempio, difendere le vittime della repressione di stato, ma temiamo un maggiore coinvolgimento in Libia o, similmente, qualsiasi coinvolgimento diretto in Siria. Vogliamo essere dalla parte della democrazia, ma sappiamo che se, per esempio, oggi il Bahrain cedesse alla sua maggioranza sciita, l’Iran potrebbe uscirne vincitore.
Così come auspichiamo una nuova era in Egitto, ma temiamo che ciò stravolga le politiche fondamentali di Mubarak su Israele e sugli Stati Uniti, e che l’islamismo prevalga.
Tutto questo ha bisogno di una diplomazia agile da parte degli Stati Uniti, dell’eterna vigilanza da parte di Israele e di una riflessione approfondita da parte degli ebrei americani.
E anche se non è una strategia, se qualcuno volesse metterci un extra di speranza per buona misura, io, per esempio, non mi opporrei.

di David Harris
Direttore esecutivo American Jewish Committee
www.ajc.org

(traduzione di Carmine Monaco)