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giovedì, marzo 24, 2011

Libia ovvero il fallimento di Obama, dell’Onu e della nobiltà della politica

So che questo contributo susciterà diverse critiche o, comunque, alimenterà una discussione che mi auguro costruttiva, propositiva. Non avrei potuto, d’altronde, esimermi dall’esprimere la mia più netta e convinta contrarietà all’ennesimo ricorso alla scelta bellicista come modo risolutivo di controversie interne ed esterne agli stati.

E’ ora di dire basta e di riconoscere il fallimento dell’Onu, di questa Onu delle burocrazie e dei tornaconti economici, dimostratasi ancora una volta completamente inadeguata ad affrontare seriamente la gravità della situazione prodottasi, ma anche prevedibile, e nei fatti nuovamente aggirata e raggirata dagli Stati Uniti e dalla Nato.

Non sono mai stato e non sono antiamericano. Anzi, è proprio vero il contrario, dal momento che considero gli U.S.A. un sicuro punto di riferimento politico. Se fossi, però, componente della commissione che ha assegnato il Nobel per la pace a Barack Obama mi premurerei di revocargli immediatamente quel prestigioso riconoscimento. Se penso che Gandhi, il Mahatma Gandhi, l’assertore più tenace della nonviolenza nel secolo scorso, nonostante fosse stato candidato per ben cinque volte al Nobel tra il 1937 e il 1948, anno della sua uccisione, non lo ricevette mai mentre Barack Obama sì, non si sa per quali meriti, e sicuramente per il colore della sua pelle (quindi, diciamolo pure, per una forma di razzismo inverso), essendo il primo americano nero a raggiungere la Casa Bianca, sono assalito da indignazione.

Lo scrivo da obamiano convinto, da fervente sostenitore del presidente rimasto, devo dirlo con chiarezza, fortemente deluso dalla sua politica, soprattutto da come finora si è mosso, in maniera ondivaga e inconcludente, sulle vicende internazionali. Spero che si riscatti. Lo auguro a lui e a noi che in lui abbiamo riposto più di una speranza.

Qualcuno dovrà spiegarmi dove e come il democratico Barack Obama sia riuscito a differenziarsi radicalmente, in politica estera, dal suo predecessore, da quel George W. Bush cui va imputato, insieme al laburista inglese Tony Blair, il disastroso e nient’affatto risolutivo intervento in Iraq, così come d’altronde quello in Afghanistan.

No. Non ci sto. Non voglio starci. Sarà difficile che qualcuno riesca a convincermi che gli USA e la Nato siano stati animati, nel caso dell’intervento (“missione di pace” come oggi si chiamano le prove di forza armata e le devastazioni) in Libia, unicamente da motivazioni d’ordine “umanitario”, dal sostegno ai democratici giustamente insorti contro un criminale dittatore, un assassino patentato come Muammar Gheddafi, cui il nostro capo di governo, nella sua mediocrità e pusillanimità, ha addirittura baciato le mani, mani grondanti sangue, sottoponendosi a pubblica umiliazione nonché all’affronto di inchinarsi davanti a chi provocatoriamente gli ostentava le foto, incollate sulla giacca, di presunti martiri libici durante il breve periodo della colonizzazione italiana. E’ impossibile da parte mia accettare un distinguo.

Come mai si è tanto tempestivi nell’appoggiare con le armi e con le bombe i ribelli libici mentre non si è levato un dito, dico un dito, per il genocidio che non mi risulta si sia affatto estinto in Darfur? Nulla da dire su un altro genocidio, sempre in Africa, come quello in Uganda? Come mai non si è adoperato lo stesso metro di giudizio nei confronti dei tibetani, massacrati, ripeto massacrati, dalla furia omicida del governo di Pechino (a distanza di tre anni continuano ad essere comminate pene capitali per i fatti di Lhasa del 2008) con cui le amministrazioni di mezzo mondo continuano, anzi, a banchettare e stringere accordi economici (USA in testa)? E che dire della situazione, non certo rosea, idilliaca, nel Sudest asiatico, in quella parte del pianeta che non molto tempo fa si usava chiamare Indocina (Vietnam, Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia) e che continua ad essere teatro di sopraffazioni, violenze, da parte di regimi dittatoriali e corrotti? E davanti alle provocazioni della Corea del Nord chiudiamo gli occhi e ci tappiamo le orecchie? Vogliamo passare in rassegna luoghi e tensioni? Quante e quali altre guerre, di questo passo, avremmo dovuto sostenere? Se in ogni circostanza fosse prevalsa la (il)logica, o, meglio, la follia, dell’intervento “a fin di bene”, del “bombardamento umanitario”, noi non ci saremmo da un pezzo, ridotti tutti a poltiglia e maceria. Ma, allora, su quali basi e pretesti (o pretestuose basi) si privilegia l’azione in un territorio anziché su un altro? E qual è la funzione dell’Onu se non meramente decorativa?

Se le cose stanno così non sarebbe più sensato chiudere del tutto l’Onu, per incapacità e indegnità, per sostituirla con un organismo più autorevole, magari da ipotizzare e realizzare? E, ancora, mi chiedo cosa abbiano prodotto di significativo e di tanto innovativo le guerre in Afghanistan e Iraq, al di là di morti, moncherini, zoppi, orfani, affamati, di ecosistema sconvolto, di altre specie animali (non se ne parla mai) distrutte? Ha forse risolto qualcosa la corda stretta al collo del feroce Saddam? Non mi pare che in quei luoghi non ci siano più attentati, che i fondamentalisti siano scomparsi, le donne siano rispettate e possano circolare senza burqa, la democrazia si sia pienamente affermata. No, la guerra non è la soluzione. Non può esserlo. L’averla scelta significa solo che Obama ha fallito, gravemente, drammaticamente fallito, così come, d’altronde, l’Onu e, più in generale, la politica nel senso più alto, nobile, del termine. E con loro abbiamo fallito tutti noi.

Di Francesco Pullia | Radicale

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